domenica 13 settembre 2015

La guerra all’Isis non sarà la terza guerra mondiale di Alberto Negri

Nessuno ama Bashar Assad, neanche i russi e neppure gli iraniani: ma oggi appare il male minore, unica alternativa alla vittoria dei jihadisti. Non per questo Mosca, rafforzando il suo sostegno militare a Damasco, intende far esplodere la terza guerra mondiale, come sembrava sfogliando ieri le prime pagine di alcuni giornali. Anzi la Russia, insieme all’Iran sciita, ha intuito che Assad non può vincere la guerra, e che serve trovare un compromesso per la transizione. Questo era il senso dell’offerta del Cremlino di costituire un coalizione internazionale contro lo Stato Islamico: ma è stata sdegnosamente respinta, come se qui dalle nostre parti avessero la soluzione in tasca.
Qual è adesso il messaggio di Putin? Due anni fa Mosca, sostenuta dal Vaticano, ha usato la diplomazia per salvare l’amministrazione Obama da se stessa quando Washington era pronta a bombardare l’esercito di Assad per rispondere alle accuse (forse non vere) di avere usato i gas contro i civili. Questa volta l’unico modo in cui la Russia può evitare il disastro è mostrare che non intende scaricare
il regime di Damasco.
Di calcoli sbagliati in Siria l’Occidente ne ha fatti già abbastanza. L’idea che gli americani possano costituire sul terreno una forza moderata in grado di sconfiggere sia il Califfato che Assad si è rivelata un’illusione che come i raid aerei della coalizione serve soltanto a salvare la faccia. Una delle possibilità per venirne fuori, forse l’unica, è negoziare con i russi, gli iraniani e Damasco. La maggior parte dei ribelli “moderati” è fuggita insieme alla popolazione civile e i soldati addestrati dagli Stati Uniti sono stati sbeffeggiati dai miliziani, incapaci di competere con i jihadisti per potenza di fuoco,
risorse e atrocità.
La situazione sotto il profilo militare non è disperata ma assai critica e rivela tutte le contraddizioni occidentali. Le milizie dello Stato Islamico si trovano a meno di 30 chilometri dall’autostrada M5, la spina dorsale che collega il Nord e il centro della Siria e Damasco. Il regime ha in mano ancora un terzo del territorio con almeno 13-14 milioni di persone: la sua caduta può provocare ondate bibliche di profughi verso l’Europa con contraccolpi in tutta la regione, dalla Turchia all’Iraq, dal Libano alla Giordania al Golfo.
I jihadisti hanno conquistato Palmira perché la coalizione anti-Isis, l’aviazione americana, non ha sganciato neppure una bomba contro il Califfato per non dare l’impressione di volere aiutare Assad. Non solo, dopo avere appoggiato i curdi in funzione anti-Isis, l’Occidente li ha lasciati in balìa di Erdogan che con l’obiettivo di combattere il Pkk sta colpendo in realtà tutto il movimento curdo e anche il partito politico Hdp entrato in Parlamento nel giugno scorso: in Anatolia del Sud Est c’è il coprifuoco, non si esclude un rinvio delle elezioni anticipate previste il primo novembre. Si profila una crisi seria in un bastione della Nato.
Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia continuano a sostenere che Assad se ne deve andare e allo stesso tempo dichiarano che vogliono colpire i jihadisti dello Stato Islamico. Ma è evidente che non si può combattere il Califfato e allo stesso tempo il suo avversario. A meno che Londra e Parigi non intendano comportarsi come la Turchia di Erdogan che con il pretesto della guerra al Califfato bombarda sistematicamente dei curdi, i più strenui nemici dei jihadisti.
La comunità internazionale sembra colpita da una sorta di sdoppiamento della personalità che determina comportamenti fortemente contraddittori di fronte all’Isis e a quanto accade nel Mediterraneo. Per questo il governo italiano, pur criticando Mosca, si tiene alla larga: forse potrebbe pretendere che francesi e inglesi bombardino il Califfato anche in Libia, la cui presenza è una delle conseguenze delle loro spericolate iniziative. Ma l’Occidente è in grado di dare una risposta credibile alla guerra in Medio Oriente? Il sospetto è siamo davanti a un’altra storia sbagliata. A parole gli Stati Uniti e l’Europa dicono di non volere cambiare i vecchi confini, nei fatti sono mutati da un pezzo e le potenze regionali si comportano di conseguenza. I profughi siriani arrivano da una frontiera che è già Califfato.
È questo uno dei motivi chiave perché le iniziative militari anti-Isis hanno avuto scarso successo: alla guerra degli occidentali manca l’obiettivo politico. François Hollande afferma che Assad se ne deve andare ma il presidente francese non ha la minima idea di chi mettere al suo posto, a meno di non volere riciclare i jihadisti che vuole combattere e consegnargli la Siria. Così come non si sapeva con chi sostituire Saddam nel 2003 e Gheddafi nel 2011. L’impressione è che gli Stati e l’Occidente non siano ancora usciti dalla macchina infernale delle guerre senza senso innescata dagli attentati dell’11 settembre 2001: l’anniversario di oggi dovrebbe indurci a qualche riflessione.

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