giovedì 3 aprile 2014

MANIFESTO PER LA SOPPRESSIONE DEI PARTITI POLITICI di Simone WEIL

La parola partito è qui usata nel significato che ha nel continente europeo. Solo nei Paesi
anglosassoni lo stesso termine designa una realtà affatto differente. Affonda le sue radici nella
situazione inglese, e non è possibile trasporlo. Un secolo e mezzo d’esperienza lo mostra a
sufficienza. E’ presente, nei partiti anglosassoni, un elemento di gioco, di sport, che non può
esistere che in un’istituzione di origine aristocratica: tutto è serio in un’istituzione che, in origine, è
plebea.
L’idea di partito non rientrava nella concezione politica francese del 1789, se non come quella di un
male da evitare. Ma giunse il momento del club dei giacobini. Era questo, inizialmente, soltanto un
luogo di libera discussione. A trasformarlo non una qualche specie di meccanismo fatale: fu
soltanto la pressione della guerra e della ghigliottina a farne un partito totalitario.
Le lotte tra fazioni nel periodo del terrore furono governate dal pensiero così ben formulato da
Tomskij: “un partito al potere e tutti gli altri in prigione”. Così, sul continente europeo, il
totalitarismo è il peccato originale dei partiti.
Furono da un lato l’eredità del terrore, dall’altro l’influenza dell’esempio inglese a insediare i partiti
nella vita pubblica europea. Il fatto che esistano non è in alcun modo un motivo per conservarli.
Soltanto il bene è un motivo legittimo di conservazione. Il male dei partiti politici salta agli occhi.
La questione da esaminare è se ci sia in essi un bene che abbia la meglio sul male e renda così la
loro esistenza desiderabile.
Ma è molto più sensato chiedersi: c’è in loro anche solo una particella infinitesimale di bene? Non
sono forse un male allo stato puro, o quasi?
Se sono un male, è certo che nei fatti e nella pratica non possono produrre altro che male. E’ un
articolo di fede. “Un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre
frutti buoni”.
Ma bisogna innanzitutto riconoscere quale sia il criterio del bene. Non può essere rappresentato che
dalla verità, dalla giustizia e, in seconda battuta, dall’utilità’ pubblica.
La democrazia, il potere della maggioranza, non sono un bene. Sono mezzi in vista del bene, stimati
efficaci a torto o a ragione. Se la repubblica di Weimar, al posto di Hitler, avesse deciso, per vie più
rigorosamente parlamentari e legali, di mettere gli ebrei nei campi di concentramento e di torturarli
con metodi raffinati fino alla morte, le torture non avrebbero avuto un atomo di legittimità in più di
quanto ne abbia adesso. E un tale fatto non è in alcun modo concepibile.
Solo ciò che è giusto è legittimo. Il crimine e la menzogna non lo sono in nessun caso.
Il nostro ideale repubblicano deriva interamente dalla nozione di volontà generale dovuta a
Rousseau. Ma il senso della nozione è andato perso quasi immediatamente, perché il concetto è
complesso e richiede un grado di attenzione elevato.
Con l’eccezione di alcuni capitoli, pochi libri sono belli, forti, lucidi e chiari come il contratto
sociale. Si dice che pochi testi siano stati altrettanto influenti, ma in effetti tutto è accaduto e
continua ad accadere come se non fosse mai stato letto.
Rousseau partiva da due certezze. Una che la ragione discerne e sceglie la giustizia e l’utilità
innocente, e che qualunque crimine ha per movente la passione. L’altra, che la ragione è identica in
tutti gli uomini, mentre le passioni, il più delle volte, differiscono. Di conseguenza se, su un
problema generale, ognuno riflette in solitudine ed esprime un’opinione, e se in seguito le opinioni
sono confrontate tra loro, probabilmente esse coincideranno per ciò che di giusto e ragionevole c’è
in ognuna e differiranno per le ingiustizie e gli errori.
E’ unicamente in virtù di un ragionamento di questo genere che si ammette che il consenso
universale indica la verità. La verità è una. La giustizia è una. Gli errori, le ingiustizie, sono indefinitamente variabili. Così gli
uomini convergono nel giusto e nel vero, mentre la menzogna e il crimine li fanno indefinitamente
divergere. Poiché l’unione è una forza materiale, si può sperare di trovarvi una risorsa che permetta
di rendere quaggiù la verità e la giustizia materialmente più forti del crimine e dell’errore.
Per raggiungere questo fine è necessario un meccanismo adatto. Se la democrazia costituisce tale
meccanismo, è buona. Altrimenti no.
Agli occhi di Rousseau – che era nel giusto – un volere ingiusto, comune a tutta una nazione, non
era in alcun modo superiore al volere ingiusto di un singolo uomo.
Rousseau pensava solamente che, nella maggioranza dei casi, un volere comune a tutto un popolo è
conforme nei fatti alla giustizia, per via della mutua neutralizzazione e compensazione delle
passioni particolari. Era questo, per lui, l’unico motivo per preferire il volere del popolo a un volere
particolare.
Allo stesso modo una certa massa d’acqua, benché costituita da particelle che si muovono e si
urtano tra loro senza sosta, si mantiene in uno stato di equilibrio e riposo perfetti. Rinvia agli oggetti
la loro immagine con un’esattezza impeccabile. Indica perfettamente il piano orizzontale. Dice
senza errore la densità degli oggetti che vi sono immersi.
Se individui appassionati, inclini per via della passione al crimine e alla menzogna, si compongono
allo stesso modo in un popolo vero e giusto, allora è bene che il popolo sia sovrano. Una
costituzione democratica è buona se per prima cosa realizza nel popolo questo stato di equilibrio, e
soltanto in seguito fa in modo che le volontà del popolo siano eseguite.
Il vero spirito del 1789 consiste nel pensare non che una cosa sia giusta perché il popolo la vuole,
ma che a determinate condizioni il volere del popolo abbia maggiori possibilità di qualsiasi altro
volere di essere conforme alla giustizia.
Esistono numerose condizioni necessarie perché si possa ricorrere alla nozione di volontà
generale. Due, in particolare, meritano attenzione.
La prima è che nel momento in cui il popolo prende coscienza di una delle sue volontà e la esprime
non sia presente alcuna specie di passione collettiva.
È del tutto evidente che il ragionamento di Rousseau viene a cadere non appena sia in atto una
passione collettiva. Rousseau lo sapeva bene. la passione collettiva è un impulso al crimine e alla
menzogna infinitamente più potente di qualunque passione individuale. In questo caso gli impulsi
nocivi, lungi dal neutralizzarsi, si innalzano vicendevolmente all’ennesima potenza. La pressione è
quasi irresistibile, tranne che per i santi autentici.
Un’acqua messa in moto da una corrente violenta, impetuosa, non riflette più gli oggetti, non ha più
una superficie orizzontale, non indica più la densità. E poco importa che sia mossa da una sola
corrente o magari da cinque o sei correnti che si urtano e creano vortici. In entrambi i casi, è
ugualmente mossa.
Se un’unica passione collettiva si impadronisce di tutto un paese, il paese intero è unanime nel
crimine. Se due o quattro o cinque o dieci passioni collettive lo dividono, il paese sarà spaccato in
varie bande criminali. Le passioni divergenti non si neutralizzano, come avviene per la polvere delle
passioni individuali fuse in una massa. Il loro numero è decisamente troppo piccolo, la forza di
ognuna è decisamente troppo grande, perché sia possibile una neutralizzazione. La lotta le esaspera.
Si urtano con un clangore infernale, che rende impossibile sentite anche per un secondo la voce
della giustizia e della verità, sempre quasi impercettibile.
Quando un paese è in preda a una passione collettiva, è probabile che qualunque volontà popolare
sia più vicina alla giustizia e alla ragione della volontà generale, o piuttosto di ciò che ne costituisce
la caricatura.
La seconda condizione è che il popolo sia chiamato ad esprimere il proprio volere riguardo ai
problemi della vita pubblica, e non solamente a operare una scelta di persone. Meno ancora la scelta
di collettività irresponsabili. Poiché la volontà generale non ha alcuna relazione con una scelta di
questo genere. Se nel 1789 c’è stata una certa espressione della volontà generale, nonostante si fosse adottato il
sistema rappresentativo non sapendone immaginare un altro, questo è accaduto perché si era
verificato qualcosa di ben diverso da un’elezione. Tutto ciò che c’era di vivo in tutto il paese – e il
paese straripava, a quel tempo, di vita – aveva cercato di esprimere il proprio pensiero attraverso
l’organo dei cahiers de revendications. I rappresentanti si erano in gran parte fatti conoscere nel
corso di questa cooperazione del pensiero: Ne serbavano il calore, sentivano il paese attento alle
loro parole, ansioso di controllare se queste traducessero con esattezza le sue aspirazioni. Per
qualche tempo – poco tempo – furono semplici organi di espressione del pensiero pubblico.
Un simile fatto non si sarebbe prodotto mai più.
La sola enunciazione di queste due condizioni indica che non abbiamo mai conosciuto nulla che
assomigli, neppure da lontano, a una democrazia. Nella cosa a cui attribuiamo questo nome, in
nessun caso il popolo ha l’occasione o i mezzi per esprimere un parere su alcun problema della vita
pubblica. E tutto ciò che sfugge agli interessi particolari è dato in pasto alle passioni collettive, le
sono sistematicamente, istituzionalmente incoraggiate.
L’uso stesso dei termini democrazia e repubblica obbliga a esaminare con attenzione i due problemi
seguenti:
- come dare realmente agli uomini che compongono il popolo di Francia la possibilità di esprimere,
talvolta, un giudizio sui grandi problemi della vita pubblica?
- come impedire, nel momento in cui il popolo è interrogato, che vi circoli all’interno una
qualunque specie di passione collettiva?
Se non si riflette su questi due punti, è inutile parlare di legittimità repubblicana.
Non è facile concepire delle soluzioni. Ma è evidente, dopo un attento esame, che qualunque
soluzione implicherebbe innanzitutto la soppressione dei partiti politici.
Per apprezzare i partiti politici secondo il criterio della verità, della giustizia, del bene pubblico,
conviene cominciare distinguendone i caratteri essenziali. E’ possibile elencarne tre:
- un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva.
- un partito politico è un’organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva sul
pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte.
- il fine primo, e in ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è la propria crescita, e
questo senza alcun limite.
Per via di questa tripla caratteristica, ogni partito è totalitario in nuce e nelle aspirazioni. Se non lo è
nei fatti, questo accade solo perché quelli che lo circondano non lo sono di meno.
Queste tre caratteristiche sono verità di fatto, evidenti a chiunque si sia avvicinato alla vita dei
partiti.
La terza caratteristica è un caso particolare di un fenomeno che si verifica ovunque la collettività
prenda il sopravvento sugli esseri pensanti. È il rovesciamento della relazione tra fine e mezzo.
Dappertutto, senza eccezione, tutte le cose generalmente considerate come fini sono per natura, per
definizione, per essenza e nel modo più evidente unicamente mezzi. Sarebbe possibile citarne
esempi a profusione in qualunque ambito: denaro, potere, stato, prestigio nazionale, produzione
economica, diplomi universitari, e così via.
Solamente il bene è un fine. Tutto ciò che appartiene all’ambito dei fatti rientra nell’ordine dei
mezzi. Ma il pensiero collettivo è incapace di innalzarsi al di sopra dell’ambito dei fatti. E’ un
pensiero animale. Possiede la nozione di bene in quantità appena sufficiente a commettere l’errore
di confondere un qualsiasi mezzo con il bene assoluto.
Lo stesso accade con i partiti. Un partito è, in linea di principio, uno strumento destinato a servire
una certa concezione del bene pubblico.
Questo fatto è vero anche per quelli che sono legati agli interessi di una categoria sociale, poiché
esiste sempre una certa concezione tra il bene pubblico e quegli interessi. Ma è una concezione
estremamente vaga. Questo è vero senza eccezione e quasi senza differenza di grado. I partiti più
inconsistenti e quelli più rigidamente organizzati sono identici quanto a vaghezza della dottrina. Nessun uomo, per quanto profondamente abbia studiato la politica, sarebbe capace di fornire
un’esposizione chiara e precisa di alcun partito – compreso, ove si dia il caso, il proprio.
Le persone non ammettono questo fatto neppure a se stesse. Se lo facessero, sarebbero
ingenuamente inclini a vedervi una traccia di incapacità personale, non essendosi rese conto che
l’espressione dottrina di un partito politico non può mai, per la natura delle cose, avere alcun
significato.
Un uomo, passasse l’intera vita a scrivere e a esaminare problemi intellettuali, non ha che molto di
rado una dottrina. Una collettività non ce l’ha mai. La dottrina non è una merce collettiva.
Si può parlare, è vero, di dottrina cristiana, dottrina indù, dottrina pitagorica, e così via. Ciò che
allora é designato con questo termine non è né individuale né collettivo, è una cosa situata
infinitamente al di sopra dell’uno e dell’altro campo. E’, puramente e semplicemente, la verità.
Il fine di un partito politico è cosa vaga e irreale. Se fosse reale, esigerebbe un enorme sforzo
d’ attenzione, in quanto una concezione del bene pubblico non è cosa facile da elaborare.
L’esistenza del partito è palpabile, evidente, e non esige alcuno sforzo per essere riconosciuta. E’
inevitabile, così che in realtà il partito sia esso stesso il proprio fine.
C’è quindi idolatria, dato che solamente Dio è legittimamente un fine in se stesso.
Il passaggio è facile. Si pone come assioma che la condizione necessaria è sufficiente, soprattutto
una volta che la si sia ottenuta. Il partito si trova quindi, per effetto dell’assenza di pensiero, in un
continuo stato d’impotenza, che attribuisce sempre all’insufficienza del potere di cui dispone. Se
anche fosse padrone assoluto del paese, le necessità internazionali gli imporrebbero limiti troppo
ristretti.
Così la tendenza essenziale dei partiti è totalitaria, non solo relativamente a una nazione, ma
relativamente al globo terrestre. E’ precisamente perché la concezione del bene pubblico propria
all’uno o l’altro partito è una finzione, una cosa vuota, irreale, che essa impone la ricerca della
potenza totale. qualunque realtà implica, di per se stessa, un limite. Solo ciò che non esiste del tutto
non è mai limitabile.
E’ per questo che c’è affinità, alleanza, tra il totalitarismo e la menzogna.
Molte persone, è vero, non pensano mai a una potenza totale. Questo pensiero le spaventerebbe. E’
vertiginoso, ed è necessaria una sorta di grandezza per sostenerlo. Quelle persone, quando si
interessano a un partito, si accontentano di desiderarne la crescita, ma come qualcosa che non
comporti alcun limite. Se quest’anno ci sono tre membri in più dell’anno scorso, o se
l’autofinanziamento ha permesso di raccogliere cento franchi in più, sono contente. Ma desiderano
che questo andamento continui indefinitamente nella stessa direzione. Mai potrebbero concepire che
il loro partito possa avere in alcun caso troppi membri, troppi elettori, troppo denaro.
Il temperamento rivoluzionario porta a concepire la totalità. Il temperamento piccolo-borghese porta
a convivere con l’immagine di un progresso lento, continuo e illimitato. Ma nei due casi la crescita
materiale del partito diviene l’unico criterio rispetto al quale si definiscono in ogni caso il bene e il
male. Esattamente come se il partito fosse un animale all’ingrasso, e l’universo fosse stato creato
per farlo ingrassare.
Non si può servire contemporaneamente Dio e Mammona. Se si possiede un criterio del bene
diverso dal bene, si perde la nozione di bene.
Nel momento in cui la crescita del partito costituisce un criterio del bene, ne consegue
inevitabilmente una pressione collettiva del partito sui pensieri degli uomini. Questa pressione, in
effetti, esiste. Viene mostrata pubblicamente. E’ ammessa, proclamata. Questo fatto ci farebbe
orrore se l’abitudine non ci avesse talmente induriti.
I partiti sono organismi pubblicamente, ufficialmente costituiti in maniera tale da uccidere nelle
anime il senso della verità e della giustizia.
La pressione collettiva è esercitata sul grande pubblico attraverso la propaganda. Lo scopo
manifesto della propaganda è la persuasione, non la comunicazione della luce. Hitler aveva capito
perfettamente che la propaganda è sempre un tentativo di asservimento dello spirito. Tutti i partiti
fanno propaganda. Chi non ne facesse scomparirebbe, in virtù del fatto che gli altri ne fanno. Tutti ammettono di fare propaganda. Nessuno è tanto audace nella menzogna al punto da affermare che
intraprende l’educazione del pubblico, che forma le opinioni del popolo.
I partiti parlano, è vero, di educazione nei confronti di quelli che sono venuti a loro: simpatizzanti,
giovani, nuovi aderenti. Questa parola è una menzogna. Si tratta di un addestramento che serve a
preparare l’influenza ben più rigorosa esercitata dal partito sul pensiero dei suoi membri.
Immaginiamo il membro di un partito – deputato, candidato al parlamento o semplicemente
militante – che prenda in pubblico il seguente impegno: “ogniqualvolta esaminerò un qualunque
problema politico o sociale, mi impegno a scordare completamente il fatto che sono membro del
mio gruppo di appartenenza, e a preoccuparmi esclusivamente di discernere il bene pubblico e la
giustizia”.
Questo linguaggio sarebbe accolto in modo molto negativo. I suoi, e anche molti altri, lo
accuserebbero di tradimento. I meno ostili direbbero: “perché allora, ha aderito a un partito?”,
ammettendo così ingenuamente che entrando in un partito si rinuncia a cercare unicamente il bene
pubblico e la giustizia. Quell’uomo sarebbe escluso dal suo partito, o per lo meno ne perderebbe
l’investitura, non sarebbe certamente eletto.
Ma, a dirla tutta, non sembra nemmeno possibile che un linguaggio di questo genere sia adottato. In
effetti, salvo errori, non lo è mai stato. Se parole apparentemente simili a queste sono state
pronunciate, è stato solamente da parte di uomini desiderosi di governare con partiti diversi dal loro.
Parole di questo tipo suonavano allora come una sorta di infrazione a un codice d’onore.
D’altro canto si trova del tutto naturale, ragionevole e onorevole, che qualcuno dica: “in quanto
conservatore…”, “come socialista, ritengo che…”.
Questo fatto, è vero, non è appannaggio dei soli partiti. Non si arrossisce di più dicendo: “come
francese, penso che…”, o “come cattolico, penso che…”.
Alcune ragazzine, che dicevano attaccate al “gollismo” come all’equivalente francese
dell’”hitlerismo”, aggiungevano: “la verità è relativa, anche in geometria”. Toccavano il punto
centrale.
Se non esiste verità, è ugualmente legittimo pensare in un modo o in un altro, dal momento che ci si
trova a essere fatti in una maniera o nell’altra. Dato che abbiamo i capelli neri, bruni, rossi o biondi,
poiché siamo fatti in un certo modo, emettiamo anche certi o certi altri pensieri. Il pensiero, come i
capelli, è il prodotto di un processo fisico di eliminazione.
Se riconosciamo che esiste una verità, allora non ci è permesso di pensare ad altro che a ciò che è
vero. Pensiamo allora una determinata cosa non perché ci troviamo a essere effettivamente francesi,
cattolici o socialisti, ma perché la luce irresistibile dell’evidenza obbliga a pensare così e non
altrimenti.
Se non esiste evidenza, se c’è dubbio, è allora evidente che, nello stato di conoscenze di cui
disponiamo, la questione è incerta. Se c’è una debole probabilità da un lato, è evidente che c’è una
debole probabilità, e così via. In ogni caso, la luce interiore concede sempre a chiunque la consulti
una risposta manifesta. Il contenuto della risposta è più o meno affermativo, poco importa. E’
sempre suscettibile di revisione, ma nessuna correzione può essere apportata, se non attraverso una
maggior quantità di luce interiore.
Se un uomo, membro di un partito, è risolutamente deciso ad essere fedele in ogni suo pensiero
unicamente alla luce interiore e a null’altro, non può far conoscere questa risoluzione al suo partito.
E’ allora, di fronte a esso, in stato di menzogna.
Questa situazione non può essere accettata che a causa della necessità, che obbliga a entrare in un
partito per prendere parte efficacemente agli affari pubblici. Ma allora questa necessità è un male, e
bisogna mettervi fine sopprimendo i partiti.
Un uomo che non abbia preso la risoluzione di fedeltà esclusiva alla luce interiore insedia la
menzogna al centro stesso dell’anima. Le tenebre interiori sono la sua punizione.
Sarebbe vano tentare di uscire dal dilemma attraverso la distinzione tra la libertà interiore e la
disciplina esteriore. Perché allora bisogna mentire al pubblico, verso il quale qualunque candidato,
qualunque eletto, ha un obbligo particolare di verità. Se mi appresto a dire, in nome del mio partito, cose che stimo contrarie alla verità e alla giustizia, lo
indicherò con un avvertimento preliminare? Se non lo faccio, mento.
Di queste tre forme di menzogna – al partito, al pubblico, a se stessi – la prima è di gran lunga la
meno nociva. Ma se l’appartenenza a un partito obbliga sempre, in ogni caso, alla menzogna,
l’esistenza dei partiti è assolutamente, incondizionatamente, un male.
Era frequente vedere, nei manifesti che annunciavano dibattiti politici, frasi quali: “Il signor X
esporrà il punto di vista comunista”(sul problema oggetto dell’assemblea). “Il signor Y esporrà il
punto di vista socialista”. “Il signor Z esporrà il punto di vista radicale”.
Come facevano quei poveretti a conoscere il punto di vista che dovevano esporre? Chi potevano
consultare? Quale oracolo? Una collettività non ha lingua né penna. Gli organi di espressione sono
tutti individuali. La collettività socialista non risiede in alcun individuo. La collettività radicale
nemmeno. La collettività comunista risiede in Stalin, ma Stalin è lontano: non gli si può telefonare
prima di parlare a un dibattito.
No, i signori X, Y e Z consultavano se stessi. Ma poiché erano onesti, si mettevano in uno stato
mentale speciale, uno stato simile a quello in cui li aveva trasportati così spesso l’atmosfera degli
ambienti socialista, comunista, radicale.
Se una volta, raggiunto questo stato, ci si lascia andare alle proprie reazioni, si produrrà
naturalmente un linguaggio conforme ai “punti di vista” socialista, comunista, radicale.
A condizione, beninteso, di proibirsi rigorosamente qualunque sforzo di attenzione rivolto a
discernere la giustizia e la verità. Se si compisse un tale sforzo, si rischierebbe – colmo dell’orrore –
di esprimere “un punto di vista personale”.
Perché ai giorni nostri la tensione verso la giustizia e la verità come rispondente a un punto di vista
personale.
Quando Ponzio Pilato ha domandato a Cristo: “che cos’è la verità?”, Cristo non ha risposto. Lo
aveva già fatto prima, dicendo: “Sono venuto per rendere testimonianza alla verità”.
Non c’è che un’unica risposta. La verità è costituita dai pensieri che sorgono nello spirito di una
creatura pensante unicamente, totalmente, esclusivamente desiderosa della verità.
La menzogna, l’errore – termini sinonimi – sono i pensieri di chi non desidera la verità, o di chi
desidera la verità e, assieme ad essa, qualcos’altro. Per esempio, di chi desidera la verità e in più la
conformità a un determinato pensiero prestabilito.
Ma come desiderare la verità senza saperne nulla? E’ questo il mistero dei misteri. Le parole che
esprimono una perfezione inconcepibile all’uomo – Dio, verità, giustizia – pronunciate
interiormente con desiderio senza essere unite ad alcun’altra concezione, hanno il potere di elevare
l’anima e di inondarla di luce. A questo si riduce l’intero meccanismo dell’attenzione.
E’ impossibile esaminare i problemi spaventosamente complessi della vita pubblica prestando
attenzione contemporaneamente da un lato a discernere la verità, la giustizia, il bene pubblico,
dall’altro a conservare l’atteggiamento che si conviene a un certo membro di un raggruppamento.
La facoltà d’attenzione umana non è capace di rispondere simultaneamente a queste due
preoccupazioni. In effetti, chiunque si dedichi a una di esse, esclude l’altra.
Ma nessuna sofferenza attende chi abbandona la giustizia e la verità. Mentre il sistema dei partiti
comporta le pene più severe per l’indocilita’. Penalità che toccano quasi tutto: carriera, sentimenti,
amicizie, reputazione, onore, talvolta addirittura la vita di famiglia. Il partito comunista ha portato
questo sistema alla perfezione.
Anche in colui che internamente non cede, l’esistenza di penalità falsa inevitabilmente la riflessione.
Perché se si vuole reagire all’influenza del partito, questa volontà di reazione è in essa stessa un
movente estraneo alla verità e di cui bisogna diffidare. Ma lo stesso si può dire di questa sfiducia, e
così via. La vera attenzione è uno stato talmente difficile per l’uomo, talmente violento, che
qualunque turbamento personale della sensibilità è sufficiente a ostacolarla. Ne risulta l’obbligo
imperioso di proteggere per quanto possibile la facoltà di discernimento che portiamo in noi stessi
contro il tumulto delle speranze e dei timori personali. Un uomo che esegue calcoli numerici molto complessi sapendo che riceverà una frustata ogni volta
che otterrà come risultato un numero pari si trova in una situazione molto difficile. Qualche cosa
nella parte carnale dell’anima lo porterà a dare una piccola spinta ai calcoli per ottenere sempre un
numero dispari. Volendo reagire rischierà di trovare un numero pari anche dove non dovrebbero
essercene. Presa in questa oscillazione, la sua attenzione non è più intatta. Se i calcoli sono
complessi al punto da esigere da parte sua la pienezza dell’attenzione, inevitabilmente sbaglierà
molto spesso. Non servirà a nulla che sia molto intelligente, molto coraggioso, molto attento alla
ricerca della verità.
Che cosa deve fare? E’ molto semplice. Se può sfuggire alle persone che lo minacciano con la frusta,
deve scappare. Se ha potuto evitare di cadere nelle loro mani, doveva evitarlo.
Le cose funzionano esattamente allo stesso modo per i partiti politici.
Quando in un paese esistono i partiti, ne risulta prima o poi uno stato delle cose tale che diventa
impossibile intervenire efficacemente negli affari pubblici senza entrare a far parte di un partito e
stare al gioco. Chiunque si interessi alla cosa pubblica desidera interessarsene efficacemente. Cosi,
chiunque abbia un’inclinazione a interessarsi al bene pubblico o rinuncia a pensarci e si rivolge ad
altro, o passa dal laminatoio dei partiti. Anche in questo caso sarà preso da preoccupazioni che
escludono quella per il bene pubblico.
I partiti sono un meraviglioso meccanismo in virtù del quale, in tutta l’estensione di un paese, non
uno spirito dedica un’attenzione allo sforzo di discernere negli affari pubblici, il bene, la giustizia,
la verità.
Ne risulta che – eccezion fatta per un piccolo numero di coincidenze fortuite – vengono decise e
intraprese soltanto misure contrarie al bene pubblico, alla giustizia e alla verità.
Se si affidasse al diavolo l’organizzazione della vita pubblica, non saprebbe immaginare nulla di più
ingegnoso.
Se la realtà è stata un po’ meno cupa, questo è accaduto perché i partiti non avevano ancora
divorato ogni cosa. Ma è stata realmente un po’ meno cupa? Non era cupa esattamente quanto il
quadro qui delineato? la storia non l’ha mostrato?
Si deve ammettere che il meccanismo di oppressione spirituale e mentale proprio dei partiti è stato
introdotto nella storia dalla chiesa cattolica, nella sua lotta contro l’eresia.
Un convertito che fa il suo ingresso nella chiesa – o un fedele che delibera con se stesso e decide di
rimanervi – ha visto nel dogma il vero e il bene. Ma varcando la soglia professa allo stesso
momento di non essere colpito dagli anathema sit, ovverossia di accettare in blocco tutti gli articoli
“di stretta fede”. questi articoli non li ha studiati. Persino a chi fosse dotato di un alto grado di
intelligenza e cultura, una vita intera non basterebbe a questo studio, dato che implica anche quello
delle circostanze storiche di ogni condanna.
Come aderire ad affermazioni che non si conoscono? E’ sufficiente sottomettersi
incondizionatamente all’autorità che le ha emanate.
È il motivo per cui san Tommaso vuole sostenere le proprie affermazioni solamente attraverso
l’autorità della chiesa, escludendo qualunque altro argomento. Poiché, dice, non è necessario
null’altro per chi l’accetta, e nessun argomento persuaderebbe chi la rifiuta.
In questo modo la luce interiore dell’evidenza, questa facoltà di discernimento concessa dall’alto
all’anima umana come risposta al desiderio di verità, è scartata, condannata a un ruolo servile come
quello di fare addizioni, esclusa da tutte le ricerche relative al destino spirituale dell’uomo. Il
movente del pensiero non è più il desiderio incondizionato, indefinito, della verità, ma il desiderio
della conformita’ a un insegnamento prestabilito.
Che in questo modo la Chiesa fondata da Cristo abbia in così grande misura soffocato lo spirito di
verità – e se, nonostante l’inquisizione, non lo ha fatto totalmente è perché la mistica offriva un
rifugio sicuro – sembra una tragica ironia. Lo si è spesso sottolineato. Ma si è sottolineata con
minore frequenza un’altra tragica ironia. Che il moto di ribellione contro il soffocamento degli
spiriti, avvenuto sotto il regime inquisitorio, ha preso un orientamento tale da proseguire quella
stessa opera di soffocamento degli spiriti. La riforma e l’umanesimo rinascimentale, doppio prodotto di questa rivolta, hanno largamente
contribuito a formare, dopo tre secoli di maturazione, lo spirito del 1789. Ne è risultata, dopo un
certo intervallo, la nostra democrazia fondata sul gioco dei partiti, ognuno dei quali è una piccola
chiesa profana armata della minaccia della scomunica. L’influenza dei partiti ha contaminato
l’intera vita mentale della nostra epoca.
Un uomo che aderisce a un partito ha verosimilmente visto nell’azione e nella propaganda di quel
partito cose che gli sono parse giuste e buone. Ma non ha mai studiato la posizione del partito
relativamente a tutti i problemi della vita pubblica. Entrando a far parte del partito, accetta posizioni
che ignora. Sottomette così il suo pensiero all’autorità del partito. Quando, poco a poco, conoscerà
le posizioni che oggi ignora, le accetterà senza esaminarle.
E’ esattamente la stessa situazione di chi aderisce all’ortodossia cattolica concepita come fa san
Tommaso.
Se un uomo dicesse, richiedendo la sua tessera di membro: “Sono d’accordo con il partito su questo,
questo e quest’altro punto. Non ho studiato le sue altre posizioni e riservo interamente la mia
opinione fino a che non ne avrò portato a termine lo studio”, lo si pregherebbe probabilmente di
ripassare in seguito.
Ma in realtà, al di la delle eccezioni molto rare, un uomo che entra in un partito adotta docilmente la
disposizione d’animo che esprimerà più tardi con le parole: “Come monarchico, come socialista,
penso che…”. E’ una posizione così confortevole! Perché equivale a non pensare. Non c’è nulla di
più confortevole del non pensare.
Quanto alla terza caratteristica dei partiti, ossia il fatto che sono macchine per fabbricare passioni
collettive, è così evidente che non merita di essere spiegata. La passione collettiva è l’unica energia
di cui dispongono i partiti per la propaganda diretta all’esterno e per la pressione esercitata
sull’anima di ogni membro.
Si ammette che lo spirito di partito acceca, rende sordi alla giustizia, spinge anche le persone oneste
all’accanimento più crudele contro gli innocenti. Lo si ammette, ma non si pensa a sopprimere gli
organismi che fabbricano un tale spirito.
Ciononostante, si vietano gli stupefacenti.
Esistono ugualmente persone che consumano stupefacenti. Ma il loro numero sarebbe più alto se lo
stato organizzasse la vendita di oppio e cocaina in tutti i tabaccai, con cartelloni pubblicitari per
incoraggiare i consumatori.
La conclusione è che l’istituzione dei partiti sembra proprio costituire un male senza mezze misure.
Sono nocivi nel principio, e dal punto di vista pratico lo sono i loro effetti.
La soppressione dei partiti costituirebbe un bene quasi allo stato puro. E’ perfettamente legittima
nel principio e non pare poter produrre, a livello pratico, che effetti positivi.
I candidati non direbbero agli elettori: “Ho quest’etichetta” – il che, dal punto di vista pratico, non
spiega rigorosamente nulla al pubblico sul loro atteggiamento concreto relativo a problemi concreti
– ma: “Penso tale, tale e tale cosa riguardo a tale, tale e tale grande problema”.
Gli eletti si assocerebbero e si dissocerebbero secondo il gioco naturale e mobile delle affinità.
Posso facilmente essere in accordo con il signor A sul colonialismo e in disaccordo con lui sulla
proprietà rurale, e avere posizioni opposte nei confronti del signor B. Se si parla di colonialismo,
andrò, prima della seduta, a conversare un po’ con il signor A. Se si parla di proprietà rurale, con il
signor B.
La cristallizzazione artificiale in partiti è coincisa poco con le affinità reali che un deputato poteva
essere in disaccordo, per tutti gli atteggiamenti concreti, con un collega del suo partito e in accordo
con un uomo di un altro partito.
Quante volte, in Germania, nel 1932, un comunista e un nazista, parlando per la strada, devono
essere stati colti da vertigini mentali constatando che erano d’accordo su ogni punto!
Fuori dal parlamento, dato che esistono riviste di opinione, si creano attorno ad esse, in modo del
tutto naturale, altrettanti circoli. Ma questi circoli dovrebbero essere mantenuti in stato di fluidità.
E’la fluidità che distingue dal partito un circolo costruito sull’affinità e gli impedisce di avere un’influenza nociva. Quando si frequenta in amicizia chi dirige una data rivista e chi vi scrive
spesso, quando vi si scrive a propria volta, si sa che si è in contatto con il circolo creatosi intorno a
quella rivista. Ma non si sa se si fa parte di questo circolo, non esiste una divisione netta tra interno
ed esterno. Più distanti, ci sono coloro i quali leggono la rivista e conoscono una o due delle persone
che vi scrivono. Più distanti ancora, i lettori regolari che ne traggono ispirazione. Più distanti, i
lettori occasionali. Ma nessuno potrebbe arrivare a pensare o a dire: “In quanto legato a questa
rivista, penso che….”.
Quando i collaboratori di una rivista si presentano alle elezioni, dovrebbe essere loro vietato fare
riferimento alla rivista. Dovrebbe essere vietato, alla rivista, di dare un’investitura, di favorire
direttamente o indirettamente la loro candidatura, o anche solo di menzionarla.
Qualunque gruppo di “amici” di questa rivista dovrebbe essere proibito.
Se una rivista impedisse ai suoi collaboratori, sotto pena di allontanamento, di collaborare con altre
pubblicazioni, di qualunque genere esse siano, la rivista dovrebbe essere soppressa non appena
fosse possibile provare il fatto.
Questo implica un regime della stampa tale da rendere impossibili le pubblicazioni alle quali è
disonorevole collaborare.
Ogni volta che un circolo tentasse di cristallizzarsi conferendo un carattere definito allo statuto di
membro, dovrebbe esserci repressione penale non appena il fatto fosse stabilito.
Naturalmente, esisterebbero partiti clandestini. Ma i loro membri avrebbero cattiva coscienza. Non
potrebbero più fare pubblica professione di servilità dello spirito. Non potrebbero fare alcuna
propaganda in nome del partito. Il partito non potrebbe più trattenerli in una rete senza buchi di
interessi, di sentimenti e di obblighi.
Ogni volta che una legge è imparziale, equa e fondata su una concezione del bene pubblico
facilmente assimilabile dal popolo, indebolisce tutto ciò che vieta. Lo indebolisce per il semplice
fatto di esistere, e indipendentemente dalle misure repressive ad assicurarne l’applicazione.
Questa maestà intrinseca della legge è un fattore della vita pubblica dimenticato da tempo, e di cui
bisogna ripristinare l’uso.
Sembra non esserci nell’esistenza di partiti clandestini alcun inconveniente che non si ritrovi in un
grado ben più elevato nel fatto compiuto dai partiti legali.
In linea generale, un esame attento non sembra lasciar intravedere a nessun proposito nessun
inconveniente di nessun tipo legato alla soppressione dei partiti.
Per un singolare paradosso le misure di questo genere, che non presentano inconvenienti, sono in
realtà quelle che hanno le minori possibilità di essere attuate. Ci si dice: se questa soluzione è
davvero così semplice, come mai non è stata applicata già da tempo?
Eppure, in linea generale le grandi cose sono semplici e immediate.
Questa soppressione estenderebbe la propria virtù di risanamento ben al di là degli affari pubblici.
perché lo spirito di partito è arrivato a contaminare ogni cosa.
In un paese le istituzioni che determinano lo svolgersi della vita pubblica influenzano sempre la
totalità del pensiero, a causa del prestigio del potere.
Siamo arrivati al punto da non pensare quasi più, in nessun ambito, se non prendendo posizione
“pro” o “contro” un’opinione e cercando argomenti che, secondo i casi, la confutino o la supportino.
E’ esattamente la trasposizione dell’adesione a un partito.
Come, nei partiti politici, esistono democratici che ammettono diversi partiti, allo stesso modo
nell’ambito delle opinioni le persone di ampie vedute riconoscono un valore alle opinioni con le
quali si dicono in disaccordo.
Significa aver perso completamente il senso stesso del vero e del falso.
Altri, una volta presa posizione per un’opinione, non accettano di esaminare nulla che le sia
contrario. E’ la trasposizione dello spirito totalitario.
Quando Einstein venne in Francia, tutti gli appartenenti ai circoli più o meno intellettuali, compresi
gli scienziati stessi, si divisero in due campi: i favorevoli e i contrari. Qualunque pensiero
scientifico innovativo ha negli ambienti scientifici i suoi partigiani e i suoi avversari, animati gli uni e gli altri, a un grado deplorevole, dallo spirito di partito. Esistono d’altronde, in questi ambienti,
numerose tendenze, diverse conventicole, a uno stato più o meno cristallizzato.
Nell’arte e nella letteratura, il fenomeno è ancora più visibile. Cubismo e surrealismo sono stati
delle specie di partiti. Si era “gidiani” così come si era “maurrasiani”. Per avere un nome, è utile
essere circondati da una banda di ammiratori animati da spirito di partito.
Allo stesso modo non c’è grande differenza tra l’attaccamento a un partito e l’attaccamento a una
chiesa o all’attitudine antireligiosa. Si è pro o contro la fede in Dio, pro o contro il cristianesimo, e
così via. Si è giunti, in materia di religione, a parlare di “militanza”.
Anche nelle scuole non si sa più stimolare il pensiero dei ragazzi se non invitandoli a prendere
partito pro o contro un determinato pensiero. Si cita una frase di un grande autore e si chiede loro:
“siete d’accordo o no?” All’esame i poveretti, dovendo terminare la loro dissertazione nel giro di tre
ore, non possono passare più di cinque minuti a chiedersi quale sia la loro opinione in merito. E
sarebbe così facile dire loro: “meditate su questo testo ed esprimete le riflessioni che vi suscita”.
Quasi dappertutto – e anche, di frequente, per problemi puramente tecnici – l’operazione di
prendere partito, di prendere posizione pro o contro, si è sostituita all’operazione del pensiero.
Si tratta di una lebbra che ha avuto origine negli ambienti politici e si è espansa, attraverso tutto il
paese, alla quasi totalità del pensiero.
Non è certo che sia possibile rimediare a questa lebbra, che ci sta uccidendo, senza cominciare dalla
soppressione dei partiti politici.

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