La storia ha digerito anche il muro di Adriano che fine faremo noi...
mercoledì 19 ottobre 2016
mercoledì 29 giugno 2016
Antonio Pennacchi- IL FASCIOCOMUNISTA Vita Scriteriata di Acciaio Benassi
Non solo del geometri, ma proprio dell’istituzione, dei professori
e della gente in genere:”Non bisogna mai fidarsi di nessuno e soprattutto mai
abbassarsi: quando t’abbassi è finita è il momento che s’approfittano”. Era pure
socialdemocratica la bastarda.
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E’ grazie a questa roba che l’uomo costruisce, e costruisce
in modo che la roba poi non caschi. Solo dopo tanti anni ho capito perché mi
piaceva: la statica e la scienza delle costruzioni non riguardano solo le casee
i ponti riguardano tutto. Pure le
dinamiche sociali, i rapporti d’amore, i testi poetici. Non pui caricare un copro con un peso
superiore a quello che può reggere. Si rompe. E non si rompe all’improvviso
prima si snerva. Se lo guardi bene te ne accorgi. Si snerva solo una volta, due
volte, tre volte. Poi si spacca. E nemmeno puoi costruire un corpo con
dimensioni spropositate rispetto al peso che deve reggere. Una montagna che
regge un topo non ha senso è uno spreco.
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“Ah sì? Mo gli operai hanno bisogno di loro? Questi sono dei
disgraziati che fanno chiudere le fabbriche, no aiutare gli oeprai” “ Sono
andati ad aiutare gli operai!” Ha deciso mia madre e lui- l’unico operaio vero
lì in mezzo –ha preso la bicicletta ed è andato a lavorare.
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Le raccontavo che il mondo non mi piaceva, che era brutto, c’era
solo ingiustizia, la bomba atomica, si nasce solo per morire “ la vita è
sofferenza, per un solo attimo di felicità come questo con te, ce ne sono una
montagna di dolore: tutto il prima e tutto il dopo. Meglio non nascere” e le dicevo
che non avrei avuto figli, mai avrei commesso la colpa di condannare mio figlio
alla vita. E lei si mise a piangere.
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Ogni tanto rimediavo qualcuna. Mo’ non era più come prima
che le ragazze dicevano sempre di no, mo’ ci stavano- come si suole dire- ma
sembravano che ci stessero perché dovevano starci, mica perché gli andasse per
davvero. Pure per me era una cosa meccanica, senza soddisfazione proprio come
gli atti impuri di una volta. Senza affetto, senza cuore. E ogni volta, verso
la fine proprio sul più bello mi veniva in mente Jean e come ridevo quando lo
facevo con lei. Allora mi si stringeva il cuore e la ragazza di turno chiedeva:
“ Che hai?” E io “ niente” e le facevo un sorriso. Ma dentro di me pensavo” Ma
questa chi è?Chi ti conosce a te?” non mi innamoravo più. Dentro la testa e nel
cuore a me rifrullava ancora Francesca, molto più di Joan, Poi dice la forza
del dolore.
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“hai fatto metà del tuo dovere”
giovedì 16 giugno 2016
Cara Ex
Il tempo passa il ricordo si sbiadisce. Non rimane che un fantasma che sibila nella notte. Una presenza inquieta in un quadro di Bosch. Rimane la cicatrice nel cuore, l'incapacità di credere in qualcosa di bello; il ricordo del fortissimo dolore dell'abbandono, una montagna che nasconde ogni orizzonte. Con pazienza la si scava cercando la sua fine, in qualche tratto si crede sia finita ma non è mai così. Ad un certo punto ci si ferma e si inizia a scalarla e si vede di nuovo l'orizzonte; ma siamo in una stanza. L'ingombro di quel dolore passato non può essere spostato, ed il rischio di provarne di nuovo in una stanza così piccola fa rimanere fermi. Soppravviviamo a tutto ma il cuore a volte diventa sempre più stretto.
lunedì 6 giugno 2016
Charles Bukowski PULP
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In un certo senso mi persi, cominciai a fissarle le gambe. Ero
sempre stato il classico tipo da gambe. Erano la prima cosa che avevo visto
quando era nato. Ma allora stavo
cercando di uscire. Da quel momento in poi avevo sempre cercato di darmi da
fare nella direzione opposta, con scarsi risultati.
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Ero in gamba, sono in gamba. A volte mi guardo le mani e
capivo che avrei potuto essere un grande pianista, o qualcosa del genere. Ma in
definitiva cosa hanno fatto questi mani? Mi hanno grattato le palle, compilato
assegni, allacciato scarpe, tirato sciacquoni eccetera. Ho sprecato le mie
mani. E la mia mente.
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Avevo la carta oro della Visa. Ero vivo. Forse cominciavano
perfino a sentirmi Nicky Belnae. Canticchia un pezzo di Eric Coates. L’inferno
te lo costruivi da solo.
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O magari aveva trovato un
sistema per fregare il processo di invecchiamento. Guardate i divi del
cinema. Prendono la pelle del culo e se la fanno mettere in faccia. La pelle
del culo è l’ultima a raggrinzarsi. Passano gli ultimi ad andarsene in giro con
facce da culo.
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Riagganciai. Porca puttana, un uomo nasceva per lottare per
ogni centimetro di campo conquistato. Nato per lottare, nato per morire.
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La mosca stava ancora zampettando sulla scrivania. Arrotolai
il “giornale delle corse” le diedi un colpo,
ma la mancai. Non era la mia giornata. La mia settimana. Il mio mese. Il
mio anno. La mia vita. Maledizione.
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Poi la porta si spalancò. Ed entrò una donna. Ora tutto
quello che posso dirvi è che ci sono miliardi di donne sulla faccia della terra
giusto? Alcune non sono malaccio. Quasi tutte sono piuttosto carucce. Ma ogni
tanto la natura tira un brutto scherzo, mette insieme una donna speciale, una
donna incredibile. Voglio dire , la vedi e non puoi credere ai tuoi occhi. Il tutto
è accarezzato da un perfetto movimento ondulatorio, argento vivo, come un
serpente, vedi una caviglia, vedi un gomito, vedi un seno, vedi un ginocchio,
si fonde tutto in un colossale, beffardo insieme, con occhi così belli che
sorridono, la bocca un poco imbronciata, le labbra che si mostrano come se
stessero per scoppiare in una risata per la tua impotenza. E questi tipi sanno
bene come vestirsi e i loro lunghi capelli bruciano l’aria. Quando è troppo è
troppo, cazzo.
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Poi mi voltai presi lo spazzolino, premetti il tubetto. Ne
uscì troppo. Cadde stancamente sullo spazzolino e finì nel lavabo. Era verde.
Sembrava un verme verde. Ci infilai un dito, né misi un po’ sullo spazzolino e
cominciai a lavarmi. Denti. Che cazzo di cose erano. Dovevamo mangiare. E
mangiare e mangiare ancora. Eravamo tutti essere disgustosi, destinati ai
nostri miseri compitini.Mangiare, scoreggiare, grattarsi, sorridere e
festeggiare ricorrenze.
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Per quanto disgustoso fossi, era sempre meglio che essere
qualcun altro, chiunque altro, tutti quelli che sono là fuori che tirano avanti
con i loro penosi trucchetti e salti mortali. Tirai su le coperte fino al collo
e aspettai.
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Aspettammo e aspettammo. Tutti. Ma lo strizzacervelli non
sapeva che una delle cose che fa ammattire la gente è l’attesa? La gente
aspettava tutta la vita. Aspettava di vivere, aspettava di morire. Aspettava in
coda per comprare la carta igienica. Aspettava in coda per i soldi. E se non
aveva quattrini aspettava in code più lunghe. Si aspettava di andare a letto e
si aspettava di svegliarsi. Si aspettava la pioggia e si aspettava che
spiovesse. Si aspettava per mangiare e poi si aspettava per mangiare di nuovo.
Si aspettava nello studio dello strizzacervelli con una manica di psicopatici e
ci si chiedeva se non si era uno di loro.
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-"Cominciai a pensare alle soluzioni nella
vita. La gente che risolveva le cose solitamente aveva molta tenacia e una
buona dose di fortuna. Se tenevi duro a sufficienza di solito arrivava anche un
pó di fortuna. Peró la maggior parte delle persone non riusciva ad aspettare la
fortuna, quindi rinunciava. Non Belane. Non era un senzapalle, lui. Era roba di
prima qualità. Un ardito. Un tantino fannullone, forse. Ma furbo"
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Eravamo tutti fregati. Non c’erano vincitori. C’erano solo
vincitori apparenti. Stavamo tutti dando la caccia a un mare di niente. Giorno
dopo giorno. La sopravvivenza sembrava l’unica necessità. Il che non sembrava
abbastanza. Non con la signora morte in attesa. Quando ci pensavo mi faceva
impazzire.
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Un altro matto. Non si riusciva ad evitarli. Erano quasi
tutti pazzi a questo mondo. E quelli che non erano pazzi erano arrabbiati. E
quelli che non erano pazzi o arrabbiati erano semplicemente stupidi. Non avevo
scampo.
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Di sera non dormivo per la strada. Naturalmente c’erano un
sacco di persone buone che dormivano per la strada. Non erano scemi, ma
semplicemente non rientravano nell’ingranaggio del momento. E quell’ingranaggio
cambiava continuamente. Era uno scenario sinistro e se ti ritrovavi a dormire
nel tuo letto alla sera era già una bella vittoria contro queste forze. Ero
stato fortunato anche se qualche mia mossa non l’avevo decisa cuor leggero. Ma, alla fine, era un mondo
piuttosto orribile e spesso mi sentivo triste per quasi tutta la gente che lo
popolava.
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Entrò. Ora, voglio dire, era sleale. Il vestito le era così
stretto che le cucitrice scoppiavano.
Troppe cioccolate al malto. E portava tacchi così alti da sembrare
trampoli. Camminava come una storpia ubriaca, barcollava per la stanza.
Gloriosa vertigine di carni- “ Si, sieda signora” dissi. Appoggiò il sedere
sulla sedia e accavallò le gambe, per poco non mi fece schizzare gli occhi
dalle orbite. “E’ un piacere vederla, signora” dissi. (la morte)
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Poi mentre lo fissavo, il Passero aprì lentamente il
becco. Apparve un enorme vuoto. E nel
becco c’era un ampio vortice giallo, più dinamico del sole, da non credere. Non
può finire così, pensai ancora. Il becco si spalancò, la testa del Passero si
avvicinò il giallo sfavillante e accecante mi fu addosso e mi avvolse.
mercoledì 1 giugno 2016
Nella Bolla
Non lo so, penso che sia un tarlo della mente, ad un certo punto cose che ritenevi importanti, fondamentali, giuste; ad un certo precipitano e continui a farle più per inerzia che per convinzione. Come se la mente, t'avesse dato del tu e ti dice" pensavi di vincere la partita, ora mescolo le carte". Non è nulla di più che una persistente sensazione.
mercoledì 4 maggio 2016
Red light Circe...Amsterdam
Monica era stupenda una frangetta le copriva il viso, un
naso piccolo gli adornava delle labbra piene e carnose e due occhi scuri come
la notte compivano il mosaico della sua bellezza. Era una perla in mezzo a un mondo fantastico
di streghe e demoni, di rosso e di vita
notturna. La prima sera mi trovai perso, vagavo senza meta in quei
vicoli, in quei viali avevo trovato in mio inferno un continuo girare in un
paradiso di promesse da guardare; una innaturale incapacità di uscirne. Stessa
via, stessi vicoli rifatti più volte; negli anfratti le sirene ti ammaliavano,
ti chiamavano. Ulisse scendi, qui troverai il tuo mondo, la tua casa la tua
Penelope; guardai i miei occhi riposa i tuoi fantasmi. Lampi di luce, attimi di
vuoto e sogni sospesi fra inquietudine e voglia. Ad un tratto un canto più forte così intenso
da atterrire qualsiasi cuore; ed era lì perfetta, cristallina di una bellezza pura. Quella bellezza che
uccide qualsiasi Idea di male e di sbaglio, di giusto e sbagliato, di corrotto
e ambiguo; una bellezza che trovava il suo
mondo in se stessa, un assoluto in un mare in tempesta e senza meta. Monica chiamava ed Ulisse non torno più a
casa.
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