lunedì 9 novembre 2015
domenica 1 novembre 2015
Tv
Te l’ho detto. Qualche volta uso il pelago, per scovare testi rari. Non leggo i giornali, e la patria televisione l’ho vista per breve tempo, quando ero ricoverato in ospedale. E’ un luogo di malattia dove tutti parlano insieme, sovrapponendosi uno all’altro, oppure parlano e fingono di non ricordare ciò che hanno detto. Esattamente come nei manicomi. Ma lì non rischi l’elettrochoc, e ti pagano pure. Locus miser! Clinica di lusso, dove il conformismo festeggia l’impunità di definirsi trasgressione. Caserma di imboscati, camerateschi con i superiori , sadici con i deboli. Luogo di mostri gozzuti, condannati a copulare in eterno tra loro. Puzza di morte più della mia camera….Tu la guardi?
Brano tratto da "Achille piè veloce" di Stefano Benni
Stefano Benni “Achille piè veloce”
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Aspirò una boccata umida di brezza del mattino e fece
entrare azoto, ossigeno, argon, xenon & radon, vapore acqueo, monossido di
carbonio, ,biossido di azoto, piombo tetratile, benzene, particolato di
carbonati e silicati, alcune spore fungine, un’aereoflotta di batteri, un pelo
anonimo, un ectoparassita di piccione, pollini anemofili, una stilla di
anidride solforosa convolata da una remota fabbrica, e un granello di sabbia proveniente da
Tevtikiye, Turchia nordoccidentale, trasportato dallo scirocco nella notte.
Insomma, respirò l’aria della città.
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La vita di un puntuale è un inferno di solitudini
immeritate. Non Crede? (Achille)
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Sì, Achille era un povero eroe colpito dal destino, ma anche
Ulisse era inviso al destino e quando uno è triste non servono le classifiche,
non c’è un tristo metro, è inutile dire sto mediamente peggio di te o
decisamente meglio di te, si diventa tutti ottusi ed egoisti e la propria tristezza
diventa una grande campana in cui ci si chiude, per non ascoltare la tristezza
degli altri. (Achille)
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Te l’ho detto. Qualche volta uso il pelago, per scovare
testi rari. Non leggo i giornali, e la patria televisione l’ho vista per breve
tempo, quando ero ricoverato in ospedale. E’ un luogo di malattia dove tutti
parlano insieme, sovrapponendosi uno all’altro, oppure parlano e fingono di non
ricordare ciò che hanno detto. Esattamente come nei manicomi. Ma lì non rischi
l’elettrochoc, e ti pagano pure. Locus miser! Clinica di lusso, dove il
conformismo festeggia l’impunità di definirsi trasgressione. Caserma di
imboscati, camerateschi con i superiori , sadici con i deboli. Luogo di mostri
gozzuti, condannati a copulare in eterno tra loro. Puzza di morte più della mia
camera….Tu la guardi? (Achille)
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Se mi facessero entrare in una chiesa, griderei: smettete di
guardare quell’altare vuoto. Adoratevi l’un l’altro. Ti sembro blasfemo?
(Achille)
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-Non lo so-rispose Pilar- quando guardo questi alberi, penso che il mio posto non è
in una città. Vorrei vivere in un bosco, dove la quercia e il faggio, i rovi e
il muschio hanno uguale diritto di sopravvivenza, tutt‘al più c’è qualche fungo parassita che fa il furbo.
Dove non senti commenti sul colore del tuo tronco, o ti guardano male perché hai
le foglie scompigliate. Oppure sotto il mare, dove nessuno è più forte e
potente degli altri, ci si mangia a vicenda con equanime appetito. O in cima a
una montagna, dove un paio di guanti caldi vale cento smoking. Questo paese
trabocca di parole virtuose, la televisione le ripete cento volte al giorno,
non c’è programma che non sponsorizzi qualche buona causa: eppure è diventato
ogni giorno più razzista e insensibile. O siete sordi, o quelle parole sono
false. (Pilar)
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Per quanto? Un mese, un anno. Poi questo paese mi scaccerà.
Il tuo paese che ha venduto la sua varietà, la sua meravigliosa bastardaggine,
il suo sangue di mille colori, in cambio del privilegio di sedere con i più
forti, che forti non sono, sono soltanto più armati e più disperati. Un paese
che ha tutto, meno il pane della dignità e il vino della speranza. Un paese di
governanti che odiano chi è debole eppure è più vivo di loro, chi non ha potere
eppure ha più futuro di loro. Di miserabili che non vogliono essere giudicati, ma sono già nell’inferno della
storia. Non voglio più vivere qui. (Pilar)
martedì 27 ottobre 2015
The Grey
Hendrick: Is that it? You're just gonna sit there? Is that what you want?
Diaz: Yeah.
Hendrick: After what we survived?
Diaz: That's exactly why. What I got waiting for me back there? I'm gonna sit on a drill all day. Get drunk all night. That's my life. Turn around and look at that. [motions to the mountains] I feel like that's all for me. How do I beat that. When will it ever be better? I can't explain it.
Diaz: Yeah.
Hendrick: After what we survived?
Diaz: That's exactly why. What I got waiting for me back there? I'm gonna sit on a drill all day. Get drunk all night. That's my life. Turn around and look at that. [motions to the mountains] I feel like that's all for me. How do I beat that. When will it ever be better? I can't explain it.
The Grey (film)
sabato 24 ottobre 2015
Entrare nella natura....
Camminare per me significa entrare nella natura. Ed è per questo che cammino lentamente, non corro quasi mai. La Natura per me non è un campo da ginnastica. Io vado per vedere, per sentire, con tutti i miei sensi. Così il mio spirito entra negli alberi, nel prato, nei fiori. Le alte montagne sono per me un sentimento.
(Reinhold Messner)
(Reinhold Messner)
martedì 13 ottobre 2015
Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu
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-Viva il nostro glorioso re di stirpe guerrira!
Il tenente di cavalleria era il più vicino ad una grande
tavola coperta di coppe di spumante. Rapidamente, ne afferrò una ancora piena,
la levò in alto e gridò:
-Viva il re di coppe!
Per il colonnello fu un colpo in pieno petto. Guardò il
tenente stupito, come se non credesse ai suoi occhi e alle sue orecchie. Guardò
gli ufficiali, per fare appello alla loro testimonianza, e disse, più desolato
che severo.
-Tenente Grisoni, anche oggi lei ha bevuto troppo.
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-A me pare che, se noi abbiamo, lassù venti battaglioni,
qui, gli Austriaci non possono passare.
-E come lo impediscono i nostri venti battaglioni, da lassù?
Con l’artiglieria? Ma non ve ne abbiamo un solo pezzo e non ve ne potrà essere
uno solo, ché mancano le strade. Con le mitragliatrici e i fucili? Armi
inutili, a tanta distanza. E Allora? Allora, niente. Perché, se noi siamo degli
imbecilli, non è detto che di fronte a noi vi siano comandi più intelligenti. L’arte
della guerra è la stessa per tutti. Vedrà che gli Austriaci attaccheranno Monte
Fior, con quaranta battaglioni e inutilmente. E siamo pari. Questa è l’arte
militare.
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-Venga qui. Si sieda un minuto. Che cosa le avevo detto io?
Ecco, gli austriaci attaccano Monte Fior.
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Ho fatto due anni all’università in lettere. Sempre il primo
del corso. Quella era la mia carriera. Ma mio padre aveva un chiodo nella
testa. Che dico, un chiodo? Una sciabola. Mi ha obbligato ad entrare nella scuola militare. Mio padre
era colonnello, mio nonno generale, mio bisnonno generale, mio trisnonno…insomma
io ho in corpo otto generazioni di ufficiali, in linea retta. Mi hanno rovinato.
Il tenente colonnello parlava lentamente. Beveva a sorsi,
come si centellina, una tazza di caffè.
-Io mi difendo bevendo. Altrimenti, sarei già al manicomio.
Contro le scelleratezze del mondo, un uomo onesto si difende bevendo. E’ da
oltre un anno che io faccio la guerra,
un po’ su tutti i fronti, e
finora non ho visto in faccia un solo austriaco. Eppure ci uccidiamo a vicenda,
tutti i giorni. Uccidersi senza conoscersi, senza neppure vedersi! E’ orribile!
E’ per questo che ci ubriachiamo tutti, da una parte e dall’altra. Ha mai
ucciso nessuno lei? Lei, personalmente, con le sue mani?
-Io spero di no.
-Io nessuno. Già non ho visto nessuno. Eppure se tutti, di
comune accordo, lealmente, cessassi mo di bere, forse la guerra finirebbe. Ma
se bevono gli altri, bevo anche io.
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Il primo motore è l’alcool. Perciò i soldati, nella loro
infinita sapienza, lo chiamano la benzina.
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-Hurrà!
Il vento soffiava contro di noi. Dalla parte austriaca, ci
veniva un odore di cognac, carico, condensato, come se si sprigionasse da
cantine umide, rimaste chiuse per anni. Durante il canto e il grido dell’hurrà!
Sembrava che le cantine spalancassero le porte e c’inondassero di cognac. Quel
cognac mi arrivava a ondate alle narici, mi si infiltrava nei polmoni e vi
restava con un odore misto di catrame, benzina,resina e vino acido.
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Anch’io rividi, per un attimo, Ettore, fermarsi, dopo quella
fuga affrettata e non del tutto giustificata, sotto lo sguardo dei suoi
concittadini, spettatori sulle mura, slacciarsi, dal cinturone di cuoio
ricamato d’oro, dono di Andromoca, un’elegante
borraccia di cognac, e bere, in faccia ad Achille.
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-Queste sono le famose corazze “Farina”-ci spiegava il
generale,- che solo pochi conoscono. Sono specialmente celebri perché consentono,
in pieno giorno, azioni di audacia estrema. Peccato che siano così poche! In
tutto il corpo d’armata non ve ne sono che diciotto. E sono nostre! Nostre!
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Il battaglione era pronto, le baionette innestate. La 9°
compagnia era tutta ammassata attorno alla breccia dei guastatori. La 10°
veniva subito dopo. Le altre compagnie erano serrate, nella trincea e nei
camminamenti e dietro i roccioni che avevano alle spalle. Non si sentiva un
bisbiglio. Si vedevano muoversi le
borracce di cognac. Dalla cintura alla bocca, dalla bocca alla cintura, dalla
cintura alla bocca. Senza arresto, come le spolette d’un grande telaio, messo
in movimento.
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E’ sui monti di Asago che ho imparato a conoscere due fra i
più caratteristici spiriti della cultura occidentale. Io li conoscevo già, ma
superficialmente, come può conoscerli uno che li legge a tavolino, in città, in
tempi normali. Di loro, non mi era rimasto alcun speciale ricorso. Letti in
guerra, a riposo, sono un’altra cosa. Ariosto era un po’ come i nostri
giornalisti di guerra, e descrisse cento combattimenti senza averne visto uno
solo. Ma che grazia e che gioia nel mondo dei suoi eroi. Egli aveva, certamente
un fondo scettico, ma spinto all’ottimismo. E’ il genio dell’ottimismo. Le
grandi battaglie sono per lui delle piacevoli escursioni in campagne fiorite e
persino la morte gli appare come una simpatica continuazione della vita.
Qualcuno dei suoi capitani muore, ma continua a combattere senza accorgersi d’esser
morto.
Baudelaire è l’opposto. Il sole dell’altopiano era fatto per
illuminare la vita tetra. Come lo studente bolognese, egli avrebbe potuto
vagare nudo sui monti e bere sole e cognac. Egli avrebbe ben potuto fare la guerra a fianco del
tenente colonnello dell’osservatorio di
Stoccaredo. Simile a lui, simile a mille
altri dei miei compagni , gli aveva bisogno di bere per stordirsi e
dimenticare. La vita era per lui, ciò che era per noi la guerra. Ma quali scintille di gioia umana sgorgano
dal suo pessimismo.
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-Sai…così…un uomo solo……io non sparo. Tu, vuoi? Il caporale
prese il calcio del fucile e rispose:
-Neppure io.
Rientrammo a carponi, in trincea. Il caffè era già
distribuito e lo prendemmo anche noi.
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La guerra, per la fanteria, è l’assalto. Senza l’assalto, v’è
lavoro duro, non guerra.
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-Un intelligenza per la quale è sufficiente una minuscola
chiave per aprire una grande porta; una parola per afferrare il significato di
un’ordine, un’intuizione per comprendere subito di primo acchito, un fatto
sconosciuto per esempio…
…..
-Per esempio..che è quello scavo? E’ necessario averlo
costruito per sapere cosa sia? No, o signori, non è necessario. Non occorre
chiederlo. Basta vederlo. Si presenta da
sé. Si intuisce. Che cos’è? E’ un’apposizione di mitragliatrice.
…
L’aiutante maggiore del 2° battaglione, il professore di
greco, era troppo scrupoloso per lasciare passare, senza un’osservazione, quella
che era un’inesattezza. Il suo battaglione era riserva di brigata ed egli
conosceva bene il suo settore. L’esattezza, innanzi tutto.
Egli fece un passo avanti e disse:
-Permette, signor generale?
-Dica pure-rispose il generale
-Per la verità signor Generale, per la verità, non una appostazione
di mitragliatrice.
-E che cos’è?
-Una latrina da campo
Fu un brutto momento, per tutti. Il generale tossì. Anche
qualcuno di noi tossì. La conferenza era finita.
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-In materia, l’esperienza non serve a un gran che.
-L’esperienza serve a valutare la vita per quello che è e
non per quello che si vorrebbe che fosse. Lei, in confronto a me è un ragazzo.
Quando si ha una donna, lontana mille chilometri, la sola cosa utile da farsi è
quella di dimenticarla. Poche illusioni! Non resta altro da fare. E per
dimenticare , non c’è che questo.
-Perché se non si dimenticasse, non ci rimarrebbe altro che
spararsi un colpo di pistola
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COMANDANTE DELLA 10° Noi siamo entranti in guerra con i capi
politici e militari impreparati. Ma questo non è un argomento per indurci a
gettare le armi.
OTTOLENGHI i nostri generali sembra che ci siano stati
mandati dal nemico per distruggerci.
UN GRUPPO DI SOTTOTENENTI E’ vero.
COMANDANTE DELLA 11° è purtroppo così.
OTTOLENGHI e attorno a loro, una banda di speculatori,
protetti da Roma, fa i suoi affari sulla nostra vita. Lo avete visto l’altro
giorno con le scarpe distribuite al battaglione. Che belle scarpe! Sulle suole,
con bei caratteri-colori c’era scritto VIVA L’ITALIA. Dopo un giorno di fango,
abbiamo scoperto che le suole erano di cartone vernciato color cuoio.
UN GRUPPO DI SOTTOTENENTI questo è vero.
COMANDANTE DELLA 11° Disgraziatamente è così!
OTTOLENGHI le scarpe non sono che un’inezia. Ma il terribile
è che hanno verniciato la stessa nostra vita, vi hanno stampigliato sopra il
nome della patria e ci conducono al massacro come pecore.
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-Non è la guerra di fanterie contro fanterie, di artiglierie
contro artiglierie. E’ la guerra di cantine contro cantine, barili contro
barili, bottiglie contro bottiglie. Per conto mio gli austriaci hanno vinto. Io
mi dichiaro vinto. Mi guardi bene: io ho perduto. Non trova lei che ho l’aspetto
d’un uomo disfatto?
domenica 11 ottobre 2015
“Le notti bianche” di Dostoevskij
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Era una notte incantevole, una di quelle notti che succedono
solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante,
tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto
un cielo simile potessero vivere uomini irascibili ed irosi. Gentile lettore,
anche questa è una domanda propria da giovani, molto da giovani, ma che il Signore
la ispiri più spesso nell’anima!
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Ma l’attimo fugge, il giorno dopo incontrate di nuovo lo
stesso sguardo pensoso e distratto, lo stesso viso pallido di prima, la stessa
sottomissione e mitezza nei movimenti e persino un certo pentimento, persino
tracce di una tristezza mortale e di stizza per quell’effimero piacere….E vi fa
una pena che quella bellezza apparsa per
un attimo sia svanita così irrevocabilmente e che, ingannevole e vana,
abbia brillato davanti ai vostri occhi lasciandovi il rammarico di non aver
fatto in tempo ad innamorarvi di lei….
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Camminavo e cantavo, perché quando mi sento felice devo per
forza canticchiare qualcosa, come del resto ogni uomo felice che non ha né
amici né buoni conoscenti, e non sa con chi divedere la gioia di un attimo
lieto. Ad un tratto mi capitò l’avventura più inaspettata.
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La stanza è invasa dal
buio; nella sua anima regnano il
vuoto e la tristezza; tutto il reame dei sogni intorno a lui è crollato senza
lasciare traccia, senza rumori, senza chiasso è svanito come una visione ed
egli stesso non ricorda cosa ha sognato. Ma una sensazione oscura a poco a poco
strugge e sempre più agita il suo petto, un desiderio nuovo, tentatore, pizzica
e irrita la sua fantasia e impercettibilmente attira lo sciame di nuove
fantasie. Nella piccola stanza regna il silenzio: la solitudine e la pigrizia
accarezzano la sua immaginazione; essa si infiamma piano,e piano si mette a
bollire, come l’acqua nella caffettiera della vecchina Matrena che nella cucina
accanto prepara placidamente il suo caffè.
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Quanto più siamo infelici, tanto più profondamente sentiamo
l’infelicità degli altri: il sentimento non si frantuma ma si concentra….
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Dio che grido! Come sussultò! Come si divincolò dalle mie
mani per corrergli incontro!...Io stavo fermo a guardarli, più morto che vivo.
Gli strinse la mano e si gettò tra le sue braccia, poi corse di nuovo verso di
me, mi si fermò vicino, veloce come il cento, come il lampo,e, prima ancora che
io potessi riprendermi, mi abbracciò con tutt’e due le mani e mi baciò forte
con passione. Poi senza dire una parola, si gettò di nuovo verso di lui, lo
prese per mano e lo trascinò dietro di sé. Rimasi lì a lungo , continuando a
guardarli..Infine entrambi scomparvero dai miei occhi.
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Guardai Matrena..Fino allora era stata ancora una robusta “
giovane” vecchia, ma ora, non so perché, ad un tratto mi apparve con lo sguardo
spento, con le rughe in faccia, ingobbita, decrepita…Non so perché ad un tratto
anche la mia stanza mi parve invecchiata come Matrena. Le pareti ed il
pavimento erano sbiaditi, tutto era diventato opaco, e le regnatele si erano
moltiplicate. Non so perché, quando guardai fuori dalla finestra, mi sembrò che
anche la casa di fronte fosse decrepita e scolorita, che gli stucchi sulle
colonne si fossero sgretolati e si staccassero, che i cornicioni fossero
anneriti e pieni di crepe, che le pareti dal vivace color giallo scuro fossero
tutte chiazzate…
Forse un raggio di sole, comparso improvvisamente, si celò di nuovo sotto una nube colma di
pioggia, e tutto di nuovo diventò scolorito ai miei occhi; forse era balenata
davanti a me, così inospitale e triste, la prospettiva del mio futuro, e io mi
vidi con l’aspetto che avrò tra quindici anni: invecchiato, nella stessa
camera, solo come ora, sempre con Matrena, che di sicuro non sarà diventata più
intelligente.
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Che il tuo cielo sia sereno,che il tuo sorriso sia luminoso
e calmo! Sii benedetta per quell’attimo di beatitudine e di felicità che hai
donato a un altro cuore, solo, riconoscente!
Dio mio! Un minuto intero di beatitudini! E’ forse poco per
colmare tutta la vita di uomo?...............
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