lunedì 10 agosto 2015

CONSIDERA L'ARAGOSTA di David Foster Wallace

IL FIGLIO GROSSO E ROSSO
L’accademia americana per la medicina d’urgenza lo conferma: ogni anno, fra i dodici e ventiquattro maschi adulti statunitensi vengono ricoverati al pronto soccorso dopo esserci castrati. Con utensili da cucina, di solito, a volte con tenaglie. In risposta all’ovvio domanda, spesso i sopravvissuti spiegano che i loro impulsi sessuali erano diventati fonte di conflitto e ansia intollerabili. Il desiderio di completo appagamento unito alla concreta impossibilità di ottenerlo quando e come volevano, aveva prodotto in essi una tensione insostenibile. E’ ai 30 + maschi testosteronicamente afflitti i cui casi sono stati documentati negli ultimi due anni che i vostri corrispondenti vogliono dedicare questo articolo. E a quelle anime in pena che stanno prendendo in considerazione l’autocastrazione per il 1998, vogliamo dire “ Fermi!  Giù le mani! Buoni con quegli utensili da cucina e/o tenaglie!” perché forse abbiamo trovato l’alternativa.
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Il sig, Jon Dough-vincitore dell’agognatissima statuetta per il migliore attore/video del’96 che nel’97- si alterna fra vari stand, in viso la solita espressione di chi è talmente evoluto psicologicamente, talmente fico e distaccato, che la vita è un unico lungo sbadiglio.
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LA FINE DI QUALCOSA SENZ’ALTRO, VERREBBE DA PENSARE
Su John Hupdike…Inoltre sono sempre degli  incorreggibili narcisisti e donnaioli, si disprezzano, si compatiscano e…sono soli, soli come soltanto un solipsista emotivo può essere solo. Sembra che non appartengano mai a nessun tipo di unità o comunità o causa più ampia. Benchè in genere siano padri di famiglia, in realtà non amano mai nessuno, e in particolare, anche se sono sempre eterosessuali al punto della satiriasi, non amano mai le donne. Persino il mondo circostante, per quanto meraviglioso nella loro maniera di vederlo e descriverlo, di solito esiste fintanto che evoca impressioni, associazioni, emozioni e desideri interni al grande ego.
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Su John Hupdike ..Non sono né stupito, né offeso da questo atteggiamento, più che altro non lo capisco. Ringalluzzito o flaccido che sia, l’infelicità di Bell Turnbull è ovvia sin dalla prima pagina del romanzo. Mai una volta, però, gli viene in mente che il motivo di tanta infelicità sia che è uno stronzo.
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ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLA COMICITA’ DI KAFKA CHE FORSE DOVREBBERO  ESSERE TAGLIATE ULTERIORMENTE
-Ahimè-disse il topo- il mondo si rimpicciolisce ogni giorno di più. All’inizio era così grande da farmi paura, e che gioia ho provato quando finalmente ho visto in lontananza le pareti a destra e a sinistra! Ma queste lunghe pareti si restringono così alla svelta che ho raggiunto l’ultima stanza, e lì nell’angolo c’è la trappola cui sono destinato.
-Non devi fare altro che cambiare direzione,-disse il gatto, e se lo mangiò.
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Non per nulla KAFKA parlava della letteratura come di una “scure con cui cerchiamo di scalfire gli oceano di ghiaccio dentro di noi”
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Più aliene di tutto, forse,le figure  dell’autorità di Kafka non sono mai semplici pagliacci vuoti da ridicolizzare, ma sono sempre al contempo assurde, spaventose e tristi, come l’ufficiale di Nella colonia penale.
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“Raggiunta la mezza età ognuno si ritrova con la faccia che si merita”
“c’è speranza ma non per noi”
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Potete chiedere di immaginare che tutte le sue storie siano una specie di porta. Di immaginare noi che ci avviciniamo e battiamo a questa porta, sempre più forte, battiamo e battiamo, non solo perché vogliamo entrare, ma perché ne abbiamo bisogno; non sappiamo cosa sia ma possiamo sentirlo, questo desiderio disperato e assoluto di entrare, e battiamo e spingiamo e calciamo. Finché ecco che la porta si apre..e si apre verso l’esterno.- Eravamo già dove volevamo essere sin dal principio. Das ist komisch.

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AUTORITA’ E USO DELLA LINGUA
Lo sapevate che tastando il ventre molle della lessicografia statunitense si scoprono conflitti ideologici e controversie e intrighi e animosità e passioni di portata quasi lewinskiana?
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Uno spirito democratico è quello che combina rigore e umiltà, cioè convinzione appassionata e un devoto rispetto per le convinzioni altrui. Come qualsiasi americano sa, tale spirito è difficile da coltivare e mantenere, specie quando si parla di questioni che stanno particolarmente a cuore.
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Argomentazione: al 4 marzo 1999, il problema di definire la vita umana in utero appare irrisolvibile. Cioè , alle luce delle nostre attuali conoscenze mediche e filosofiche di cosa si a rendere qualcosa non solo  un organismo vivente ma una persona, è impossibile stabilire con esattezza in quale momento  durante la gestazione un uovo fecondato diventa essere umano. Tale enigma, insieme alla validità fondamentalmente indiscutibile del principio: “ in caso di dubbio irrisolvibile riguardo all’umanità o meno di una cosa, meglio non ucciderla” , a mio parere richiede che ogni americano ragionevole sia pro-vita.  Allo stesso tempo , però, il principio:” in caso di dubbio irrisolvibile riguardo a qualcosa, non ho il diritto legale né morale di dire a un’altra persona cosa fare, specialmente se quella persona sente di non avere dubbi”è una parte inattaccabile del patto democratico che noi americano stipuliamo gli uni con gli altri, un patto in cui ogni cittadino adulto di trova ad essere un agente morale autonomo; e a mio parere questo principio richiede che ogni americano sia pro-scelta.
Di conseguenza il recensore è, come privato cittadino e agente autonomo, sia pro-vita che pro-scelta. Non è una posizione facile né comoda da mantenere. Ogni volta che una mia conoscente decide di interrompere una gravidanza, devo credere che stia facendo la cosa sbagliata allo stesso tempo  che abbia tutto il diritto di farlo.  In più naturalmente, devo sia credere che una posizione pro vita + pro scelta sia l’unica veramente coerente che trattenermi dal cercare di imporre tale visione alle altre persone le cui convinzioni ideologiche o religiose mi sembrano non tenere conto delle ragione e produrre una posizione (a mio parere) da invasato. E devo continuare a trattenermi persino quando la posizione (per me) da invasato di qualcuno ( mi ) sembra negare quella stessa tolleranza democratica che mi impedisce di cercare di imporgli/le la mia posizione; devo trattenermi dallo spingere o litigare o rispondere persino quando qualcuno mi chiama Servo di Satana o l’Ennesimo stronzo, sopportazione che rappresenta i limiti estremi, da far digrignare i denti, del mio spirito democratico. Insulti a parte, ho incontrato un’obiezione seria a questa posizione pro vita+ pro scelta. Ma è un obiezione potente. Non riguarda la mia posizione in sé per sé, ma certi fatti su di me, la persona che l’ha elaborata e mantenuta. Se tutto questo dovesse sembrarvi sia nebuloso che assolutamente privo di qualsiasi attinenza con l’uso dell’americano, vi prometto che diventerà di una chiarezza e pertinenza quasi dolorosa più avanti.
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Per essere più specifici faccio presente che il dialetto che utilizziamo dipende soprattutto dal tipo di gruppo di appartenenza dell’ascoltatore e dal nostro desiderio di proporci come membro di quel gruppo o meno.
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Ed ecco la mia argomentazione. L’uso della lingua è sempre politico, ma lo è in modo complesso..
L’inglese politicamente corretto ha in sé un’ironia ancora più macroscopica- E cioè che sebbene l’Ipc abbia la pretesa di essere il dialetto della riforma progressista, di fatto è- nella sua sostituzione orweliana degli  eufemismi dell’uguaglianza sociale al posto dell’effettiva uguaglianza sociale- molto più di aiuto ai conservatori  allo status quo di quanto non siano mai state le tradizionali prescrizioni snob.
…In altre parole l’Ipc agisce come forma di censura, e la censura è sempre al servizio dello status quo.
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In breve, il grande errore della sinistra non è concettuale, né ideologico ma spirituale e retorico: l’attaccamento narcisistico a presupposti che accrescono  la loro immagine di virtuosi, fa perdere loro tanto la scienza quanto la guerra
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LA VISTA DA CASA DELLA SIG.RA THOMPSON
Sineddoche in autentico stile del Midwest, la gente di Bloomington non è scostante ma tende a essere riservata. Può capitare che uno sconosciuto vi sorrida calorosamente, ma in genere non ci saranno chiacchiere nelle sale d’attesa o in fila alla cassa. Adesso però, grazi all’Orrore, c’è qualcosa di cui parlare che è più forte di ogni inibizione, come se fossimo tutti lì e avessimo appena visto lo stesso incidente stradale.
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Nessuna è abbastanza scafata da avanzare la scontata e perversa lagnanza postmoderna: già visto. Invece, quello che fanno è starsene sedute lì a sentirsi malissimo,e pregare. Nessuna del gruppo della sig.ra Thompson sarebbe mai così nauseabonda da cercare di far pregare tutti ad alta voce o formare un cerchio di preghiera, ma si capisce lo stesso cosa stanno facendo.
Non fraintendete, questo è per lo più un bene. Ti costringe a pensare e a fare cose  che quasi di sicuro non faresti se fossi da solo, come per esempio pregare, in silenzio e con fervore, che ti sbagli sul presidente, che forse lo vedi in modo distorto e che in realtà è molto più in gamba e sostanzioso di quanti credi, che non è soltanto un golem senz’anima o un groviglio di interessi aziendali vestito in giacca e cravatta, ma è uno statista coraggioso e probo e….ed è un bene, è un bene pregare per questo. Anche se ci si sente un po’ soli a doverlo fare. La gente davvero perbene, la gente innocente può mettere a dura prova. Lungi da me suggerire che tutti quelli che conosco a Bloomington, sono come la sig.ra Thompson ( per es. suo figlio F- non lo è, anche se è una persona straordinaria). Sto cercando, piuttosto, di spiegare come parte dell’Orrore dell’Orrore sia stato sapere, nel profondo del mio cuore, che qualsiasi fosse l’America che gli uomini su quegli aerei odiavano tanto, era molto di più la mia America, e quella di F- e quella del povero detestabile Duane, che non quella di queste signore.
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COME TRACY AUSTIN MI HA SPEZZATO IL CUORE
Il libro avrebbe potuto-visto che ottenere il massimo a diciassette anni e perderlo a ventuno a causa di eventi che sono al di fuori del tuo controllo è esattamente come morire solo che poi devi continuare a vivere- essere davvero ispirante.
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Potrebbe essere benissimo che noi spettatori, privi dei doni divini degli atleti, siamo gli unici ad essere davvero in grado di vedere, esprimere e animare l’esperienza del dono a noi negato. E che coloro i quali lo ricevono e mettono in pratica il dono del genio atletico debbano, di necessità, essere ciechi e muti al riguardo, e non perché la cecità e il mutismo siano il prezzo di quel dono, ma perché ne sono l’essenza.
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FORZA SIMBA SETTE GIORNI DI CAMMINO CON UN ANTICANDIDATO
Uomini troppo poco simili ad essere umani persino per odiarli. Ciò che suscita la loro vista altro non è che una travolgente sensazione di disinteresse, il genere profondo di disimpegno che spesso è solo una difesa contro il dolore. Contro la tristezza. Di fatto, è probabile che se così tanti di noi sono così poco interessati alla politica è proprio perché i politici moderni ci intristiscono, ci feriscono profondamente e in modi di cui è difficile persino trovare il nome, figuriamoci parlarne. E’ assai più facile alzare gli occhi al cielo e fregarsene. Anzi è probabile che non abbiate voglia di sentir parlare nemmeno di questo.
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Cosa che sua volta, afferma il basso ma rispettatissimo cameran dell Cbs, spiega in parte perché, anche se poi i nostri deputati eletti sono sempre lì a battersi il petto e commentare preoccupati le basse affluenze, nulla di sostanziale viene mai fatto per rendere la politica meno squallida o deprimente, né tantomeno per spingere più persone a votare: i nostri deputati eletti sono già in carica, e le affluenze basse, proprio come i soft money, favoriscono i politici già in carica.
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Se siete annoiati e disgustati dalla politica e non vi disturbate a votare, di fatto votate per arroccati establishment dei due principali partiti, i quali, potete starne certi, stupidi non sono, ma anzi hanno una consapevolezza profonda di quanto gli convenga mantenervi in una condizione di disgusto e noia e cinismo, fornendovi ogni possibile motivazione psicologica perché il giorno delle primarie ve ne stiate a casa a farvi i cilum guardando MTV. Sia chiaro: avete tutto il diritto di stare a casa, se volete, ma non prendetevi in giro pesando di non votare. In realtà, non votare è impossibile: si può votare votando, oppure votare rimanendo a casa e raddoppiando tacitamente il valore del voto di un irriducibile.
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In altra parole un vero leader è uno che sa aiutarci a superare i limiti individuali di pigrizia e dell’egoismo e della debolezza e della paura, riuscendo  a farci fare cose migliori e più difficili di quelle che riusciremmo  a fare da soli.
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Il nocciolo della questione è che se siete giovani elettori tutti d’un pezzo e rotti ai meccanismi del marketing,  l’unica cosa che potete stare sicuri di provare nei confronti della campagna di John Mc-Cain è una forma moderna e molto americana di ambivalenza, una sorta di dissidio interiore tra il bisogno profondo di credere e la convizione profonda che il bisogno di credere sia una stronzata, che in giro non ci sia rimasto altro che vendite e piazzisti.
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Ma il paradosso è che la scatola che rende McCain reale è, per definizione, chiusa. Nessuno può entrare,né uscire. Anche ciò è importantissimo; dovete tenerlo bene a mente. E’ lui il motivo per cui, malgrado tutte le matite accreditate “dietro le quinte” che vengono spedite ad indagare su di lui, un ritratto  di John McCain non sarà mai altro  che questo: un’unica faccia, esterna, scomposta e diffratta da così tante lenti che alla fine di uomini da vendere c’è n’è più di uno. Piazzista o leader o tutte e due le cose  o nessuna che sia, il paradosso finale- quello più minuscolo e centrale, perso nelle profondità remote di tutte le altre scatole e riquadri rotanti che formano il puzzle della campagna elettorale e rivestono McCain- è che il fatto che lui sia davvero “reale” dipende meno da ciò che c’è nel suo cuore che da ciò che c’è nel vostro. Cercate di rimanere svegli.
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CONSIDERA L’ARAGOSTA
Di per sé hanno un buon sapore. O almeno così pensiamo adesso. Fino a un momento imprecisato dell’Ottocento, tuttavia, l’aragosta era cibo per ceti bassi, consumato solo dai poveri e dagli internati. Persino nel duro ambiente penale dell’America degli albori alcune colonie avevano leggi che vietavano di dare aragosta ai detenuti più di una volta alla settimana perché veniva considerato crudele e anomalo, come costringere la gente a cibarsi di topi.
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E ci vogliono parecchie acrobazie intellettuali e sottilizzazioni comportamentistiche per non riconoscere che agitarsi, dibattersi e sbatacchiare il coperchio corrispondano esattamente a quel tipo di comportamento. Secondo gli zoologi marini, in genere le aragoste ci mettono fra i 35 e i 45 secondi a morire nell’acqua bollente.
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IL DOSTOEVSKIJ di JOSEPH FRANK
E’ ben nota l’ironia del fatto che Dostoevskij, le cui opere sono celebri per compassione e rigore morale, nella vita reale era per molti versi uno stronzo: vanitoso, arrogante, sprezzante ed egoista. Ossessionato dal gioco, di solito era al verde, e si lamentava in continuazione di quanto era povero, e molestava sempre amici e  colleghi perché gli prestassero urgentemente dei soldi che di rado restituiva, ed era capace di serbare per anni rancori meschini per questioni finanziarie, e faceva cose tipo impegnare il cappotto invernale della moglie cagionevole per poter giocare d’azzardo eccetera. E’ altrettanto vero che la vita di Dostoevskij fu piena di incredibili sofferenze, drammi, tragedie ed eroismi.
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IL COMMENTATORE
Oppure potreste chiamarla atavica, un ritorno a prima che Joseph Pulitzer cominciasse ad avvertire tutti “ Una stampa cinica, mercenaria, demagogica col tempo produrrà un popolo altrettanto vile”
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Come analisi post-incontro, vale la pena notare che nessuno dei due partecipanti ha avuto da ridire o ha battuto ciglio su un certo assunto implicito nell’analogia sulla sig.na Christina Aguilera, e cioè che un processo penale sia un prodotto dell’intrattenimento quanto una canzone della top 40.

Se gli Dei ti fanno un grande dono, prima o poi ti chiedono gli interessi

Palahniuk sostiene che l'arte, i grandi progressi nella scienza, nella matematica, la grande letteratura la fanno i "disadattati"; non passi 23 ore su 24 ad approfondire un personaggio, una teoria, un'idea se sei una persona che ha una vita "completa". Leggendo brevi passi della biografia di Dostoevskij di Joseph Frank recensita da David Foster Wallace, ho l'ennesima conferma che più di tanto Palahniuk non ha sbagliato. Più semplicemente, se fossimo ancora menti classiche (Greci ai tempi di Socrate) diremmo: " se gli Dei ti fanno un grande dono, prima o poi ti chiedono gli interessi".

venerdì 7 agosto 2015

Das its komisch

"Potete dire loro che forse è un bene se non colgono Kafka. Potete chiedere di immaginare che tutte le sue storie siano una specie di porta. Di immaginare noi che ci avviciniamo e battiamo a questa porta, sempre più forte, battiamo e battiamo, non solo perché vogliamo entrare, ma perché ne abbiamo bisogno; non sappiamo cosa sia ma possiamo sentirlo, questo desiderio disperato e assoluto di entrare, e battiamo e spingiamo e calciamo. Finché ecco che la porta si apre ...e si apre verso l'esterno-eravamo già dove volevamo essere sin dal principio. Das its komisch." David Foster Wallace, Considera L'Aragosta
La fine di Italcementi è un cativissimo segnale che si aggiunge ai tanti. Eravamo il primo produttore mondiale di cementi e derivati siamo stati comprati dai Tedeschi. Qualcosa è andato storto nell'integrazione Europea, la distruzione della nostra industria manifatturiera è ormai inarrestabile. Finita la nostra industria manifatturiera finirà anche il nostro benessere
Girano più post di protesta per il Cocoricò chiuso che di lutto per il ragazzino-bambino ( sí a 15 anni si è ancora bambini) che c'é morto....vergognarsi per questa umanità penso che sia il minimo. Non apparteniamo allo stessa specie. ps : oltretutto era un locale che dal 2010 non ha mai registrato un utile evadendo tutto quello che c'era da evadere

mercoledì 5 agosto 2015

Tutte le morti del Mullah Omar

La notizia della morte del Mullah Omar è stata data almeno una mezza dozzina di volte da quando nel 2001 il leader dei Talebani riuscì a buggerare gli americani che gli davano la caccia con quella rocambolesca fuga in moto. L’ultima l’aveva data l’Isis a gennaio che, informando della morte di Omar, aveva nominato un nuovo Emiro dell’Afghanistan, Khadim. Ma il Mullah era talmente morto che un mese dopo il sedicente Emiro Khadim e 45 dei suoi seguaci erano stati disarmati e catturati dagli uomini di Omar.

Questa volta però la notizia è più attendibile. Non tanto perché è stata data da un funzionario anonimo del governo di Kabul. Ma perché Omar si trovava in una situazione difficilissima, stretto fra il tentativo dell’Isis di penetrare in Afghanistan e l’esercito ‘regolare di Kabul’. I rapporti fra Omar e Al Baghdadi erano tesissimi. Il Califfo aveva definito Omar “demente e ignorante”. Come risposta Omar aveva mandato una lettera aperta, firmata dal suo numero due Akhtar Mohammad Mansour, in cui diceva sostanzialmente due cose: 1° Che l’Isis non aveva niente a che fare col movimento indipendentista afgano. 2° Accusava Al Baghdadi di star frammentando il mondo islamico dividendolo in varie fazioni (lettera del 16 giugno 2015). In precedenza, in concomitanza col 19° anniversario della nomina del Mullah Omar a guida suprema dell’Emirato islamico d’Afghanistan, il movimento talebano aveva diffuso un lungo documento in cui ripercorreva la lunga biografia del Mullah, esaltandone le doti e ribadendo la sua assoluta leadership sul movimento indipendentista afgano (documento del 20 marzo 2015, firmato dal portavoce storico di Omar, Oari Muhammad Yousuf). Ma questo era un segno di debolezza. Non si ha bisogno di affermare la propria leadership se la si ha in pugno. Il fatto è che molti giovani talebani sono attratti dall’Isis che con la sua ferocia ha conquistato vasti territori in Siria e Iraq, mentre il movimento di Omar, usando metodi meno bestiali, ci ha messo 14 anni a riconquistare solo la pur notevole parte rurale dell’Afghanistan (attacchi solo a obbiettivi militari e politici; nessun sequestro a fini di estorsione, ad eccezione di quello del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, che comunque fu poi liberato, trattamento civile dei prigionieri che, una volta liberati, hanno tutti dichiarato di essere stati trattati con rispetto – il 19 dicembre dopo l’attacco dei talebani pakistani alla scuola di Peshawar dove studiano i figli dei militari pakistani il movimento talebano afgano aveva condannato senza se e senza ma quell’eccidio: “L’Emirato islamico è scioccato da quanto avvenuto e condivide il dolore della famiglie dei bambini uccisi nell’attacco”). Inoltre all’interno del movimento c’è una divisione fra chi vuole continuare ad oltranza la guerra d’indipendenza contro l’occupazione straniera e chi vuole arrivare ad una sorta di ‘pacificazione nazionale’ attraverso il dialogo e i contatti tenuti recentemente a Oslo fra il governo di Kabul e alcuni rappresentanti degli insorti.

Se la notizia della morte del Mullah Omar è vera le domande sono due. Uno. Chi ha ucciso il Mullah Omar? L’Isis? Mi pare improbabile. L’Isis per ora ha intaccato solo marginalmente il territorio afgano ed è difficile che i suoi uomini siano riusciti là dove per 14 anni ci hanno provato inutilmente i servizi americani cercandolo per ogni dove con i loro occhiutissimi satelliti, senza trovarlo. E’ più ragionevole pensare che le ragioni di questa sua morte vadano cercate negli accordi in corso a Oslo. Se Omar era d’accordo con la pacificazione diventava impresentabile, non era accettabile per gli americani che Omar, sul quale pende tuttora una taglia di 25 milioni di dollari, rientrasse a Kabul se non da vincitore da semivincitore. Se non era d’accordo, come io penso, bisognava eliminarlo per indebolire i ‘duri e puri’ del movimento talebano. Quindi, per la prima volta dopo 14 anni il Mullah Omar è stato tradito da qualcuno dei suoi.

La seconda domanda è: che cosa succederà ora? La morte del Mullah Omar segna la fine dei sogni di indipendenza dell’Afghanistan. Diventerà ufficialmente un protettorato americano. Ma la notizia non è positiva per l’Occidente, perché spalanca le porte alle mire espansioniste dell’Isis che non si accontenta di prendersi, eventualmente, l’Afghanistan ma vuole allargare la sua presenza ad altre aree dell’Asia Centrale, tanto che l’Isis nell’area ha preso il nome di Khorasan, una regione storica che comprende, fra gli altri, anche Turkmenistan.

Quanto a me, io rendo onore al Mullah Omar, combattente giovanissimo contro gli invasori sovietici, dove perse un occhio in battaglia, combattente e vincitore dei criminali ‘signori della guerra’ (Massud, Ismail Khan, Heckmatyar, Dostum) che nel conflitto scoppiato fra costoro per impadronirsi del potere lasciato vacante dai sovietici, agivano nel più pieno arbitrio, assassinando, stuprando, taglieggiando, sbattendo fuori dalle case i legittimi proprietari per metterci i loro adepti. Omar, che nei suoi 6 anni di governo (1996-2001) riportò nel Paese l’ordine e la legge, sia pur una dura legge, la Sharia, ma senza mai abbandonarsi agli eccessi feroci dell’Isis. Infine per 14 anni è stato guida della rivolta contro gli ancora più arroganti e devastanti occupanti occidentali. Preso il potere il Mullah non ne approfittò mai e continuò a fare la vita spartana che aveva sempre fatto, non favorì la sua famiglia e neanche il piccolo villaggio, Singesar, che non ebbe nessun vantaggio dal fatto che uno dei suoi ‘enfant du pays’ fosse diventato il capo del Paese. Un uomo di una morale e di una coerenza assolute. E, forse, è proprio questo che, alla fine, lo ha perduto. Che Allah ti abbia sempre in gloria, Omar.

Massimo Fini

Versione integrale dell’articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano il 30 luglio 2015

venerdì 31 luglio 2015

NIENTE di Luigi Pirandello

La botticella che corre fragorosa nella notte per la vasta piazza deserta, si ferma davanti al freddo chiarore d'una vetrata opaca di farmacia all'angolo di via San Lorenzo. Un signore impellicciato si lancia sulla maniglia di quella vetrata per aprirla. Piega di qua, piega di là - che diavolo? - non s'apre.
- Provi a sonare, - suggerisce il vetturino.
- Dove, come si suona?
- Guardi, c'è lí il pallino. Tiri.
Quel signore tira con furia rabbiosa.
- Bell'assistenza notturna!
E le parole, sotto il lume della lanterna rossa, vaporano nel gelo della notte, quasi andandosene in fumo.
Si leva lamentoso dalla prossima stazione il fischio d'un treno in partenza. Il vetturino cava l'orologio; si china verso uno dei fanaletti; dice:
- Eh, vicino le tre...
Alla fine il giovine di farmacia, tutto irto di sonno, col bavero della giacca tirato fin sopra gli orecchi, viene ad aprire.
E subito il signore:
- C'è un medico?
Ma quegli, avvertendo sulla faccia e sulle mani il gelo di fuori, dà indietro, alza le braccia, stringe le pugna e comincia a stropicciarsi gli occhi, sbadigliando:
- A quest'ora?
Poi, per interrompere le proteste dell'avventore, il quale - ma sí, Dio mio, sí - tutta quella furia, sí, con ragione: chi dice di no? - ma dovrebbe pure compatire chi a quell'ora ha anche ragione d'aver sonno - ecco, ecco, si toglie le mani dagli occhi e prima di tutto gli fa cenno d'aspettare; poi, di seguirlo dietro il banco, nel laboratorio della farmacia.
Il vetturino intanto, rimasto fuori, smonta da cassetta e vuole prendersi la soddisfazione di sbottonarsi i calzoni per far lí apertamente, al cospetto della vasta piazza deserta tutta intersecata dai lucidi binarii delle tramvie, quel che di giorno non è lecito senza i debiti ripari.
Perché è pure un piacere, mentre qualcuno si dibatte in preda a qualche briga per cui deve chiedere agli altri soccorso e assistenza, attendere tranquillamente, cosí, alla soddisfazione d'un piccolo bisogno naturale, e veder che tutto rimane al suo posto: là, quei lecci neri in fila che costeggiano la piazza, gli alti tubi di ghisa che sorreggono la trama dei fili tramviarii, tutte quelle lune vane in cima ai lampioni, e qua gli uffici della dogana accanto alla stazione.

Il laboratorio della farmacia, dal tetto basso, tutto scaffalato, è quasi al bujo e appestato dal tanfo dei medicinali. Un sudicio lumino a olio, acceso davanti a un'immagine sacra sulla cornice dello scaffale dirimpetto all'entrata, pare non abbia voglia di far lume neanche a se stesso. La tavola in mezzo, ingombra di bocce, vasetti, bilance, mortaj e imbuti, impedisce di vedere in prima se sul logoro divanuccio di cuojo, là sotto a quello scaffale dirimpetto all'entrata, sia rimasto a dormire il medico di guardia.
- Eccolo, c'è - dice il giovine di farmacia, indicando un pezzo d'omone che dorme penosamente, tutto aggruppato e raffagottato, con la faccia schiacciata contro la spalliera.
- E lo chiami, perdio!
- Eh, una parola! Capace di tirarmi un calcio, sa?
- Ma è medico?
- Medico, medico. Il dottor Mangoni.
- E tira calci?
- Capirà, svegliarlo a quest'ora...
- Lo chiamo io!
E il signore, risolutamente, si china sul divanuccio e scuote il dormente.
- Dottore! dottore!
Il dottor Mangoni muggisce dentro la barbaccia arruffata che gl'invade quasi fin sotto gli occhi le guance; poi stringe le pugna sul petto e alza i gomiti per stirarsi; infine si pone a sedere, curvo, con gli occhi ancora chiusi sotto le sopracciglia spioventi. Uno dei calzoni gli è rimasto tirato sul grosso polpaccio della gamba e scopre le mutande di tela legate all'antica con una cordellina sulla rozza calza nera di cotone.
- Ecco, dottore... Subito, la prego, - dice impaziente il signore. - Un caso d'asfissia...
- Col carbone? - domanda il dottore, volgendosi ma senza aprir gli occhi. Alza una mano a un gesto melodrammatico e, provandosi a tirar fuori la voce dalla gola ancora addormentata, accenna l'aria della "Gioconda": Suicidio? In questi fieeeriii momenti...
Quel signore fa un atto di stupore e d'indignazione. Ma il dottor Mangoni, subito, arrovescia indietro il capo e incignando ad aprire un occhio solo:
- Scusi, - dice, - è un suo parente?
- Nossignore! Ma la prego, faccia presto! Le spiegherò strada facendo. Ho qui la vettura. Se ha da prendere qualche cosa...
- Sí, dammi... dammi... - comincia a dire il dottor Mangoni, tentando d'alzarsi, rivolto al giovine di farmacia.
- Penso io, penso io, signor dottore, - risponde quello, girando la chiavetta della luce elettrica e dandosi attorno tutt'a un tratto con una allegra fretta che impressiona l'avventore notturno.
Il dottor Mangoni storce il capo come un bue che si disponga a cozzare, per difendersi gli occhi dalla súbita luce.
- Sí, bravo figliuolo, - dice. - Ma mi hai accecato. Oh, e il mio elmo? dov'è?
L'elmo è il cappello. Lo ha, sí. Per averlo, lo ha: positivo. Ricorda d'averlo posato, prima d'addormentarsi, su lo sgabello accanto al divanuccio. Dov'è andato a finire?
Si mette a cercarlo. Ci si mette anche l'avventore; poi anche il vetturino, entrato a riconfortarsi al caldo della farmacia. E intanto il commesso farmacista ha tutto il tempo di preparare un bel paccone di rimedii urgenti.
- La siringa per le iniezioni, dottore, ce l'ha?
- Io? - si volta a rispondergli il dottor Mangoni con una maraviglia che provoca in quello uno scoppio di risa.
- Bene bene. Dunque, si dice, carte senapate. Otto, basteranno? Caffeina, stricnina. Una Pravaz. E l'ossigeno, dottore? Ci vorrà pure un sacco d'ossigeno, mi figuro.
- Il cappello ci vuole! il cappello! il cappello prima di tutto! - grida tra gli sbuffi il dottor Mangoni. E spiega che, tra l'altro, c'è affezionato lui a quel cappello, perché è un cappello storico: comperato circa undici anni addietro in occasione dei solenni funerali di Suor Maria dell'Udienza, Superiora del ricovero notturno al vicolo del Falco, in Trastevere, dove si reca spesso a mangiare ottime ciotole di minestra economica, e a dormire, quando non è di guardia nelle farmacie.
Finalmente il cappello è trovato, non lí nel laboratorio ma di là, sotto il banco della farmacia. Ci ha giocato il gattino.
L'avventore freme d'impazienza. Ma un'altra lunga discussione ha luogo, perché il dottor Mangoni, con la tuba tutta ammaccata tra le mani, vuole dimostrare che il gattino, sí, senza dubbio, ci ha giocato, ma che anche lui, il giovine di farmacia, le ha dovuto dare col piede, per giunta, una buona acciaccata sotto il banco. Basta. Un gran pugno allungato dentro la tuba, che per miracolo non la sfonda, e il dottor Mangoni se la butta in capo su le ventitré.
- Ai suoi ordini, pregiatissimo signore!

- Un povero giovine, - prende a dir subito il signore rimontando su la botticella e stendendo la coperta su le gambe del dottore e su le proprie.
- Ah, bravo! Grazie.
- Un povero giovine che m'era stato tanto raccomandato da un mio fratello, perché gli trovassi un collocamento. Eh già, capisce? come se fosse la cosa piú facile del mondo; t-o-to, fatto. La solita storia. Pare che stiano all'altro mondo, quelli della provincia: credono che basti venire a Roma per trovare un impiego: t-o-to, fatto. Anche mio fratello, sissignore! m'ha fatto questo bel regalo. Uno dei soliti spostati, sa: figlio d'un fattore di campagna, morto da due anni al servizio di questo mio fratello. Se ne viene a Roma, a far che? niente, il giornalista, dice. Mi presenta i titoli: la licenza liceale e uno zibaldone di versi. Dice: "Lei mi deve trovar posto in qualche giornale". Io? Roba da matti! Mi metto subito in giro per fargli ottenere il rimpatrio dalla questura. E intanto, potevo lasciarlo in mezzo alla strada, di notte? Quasi nudo, era; morto di freddo, con un abituccio di tela che gli sventolava addosso; e due o tre lire in tasca: non piú di tanto. Gli do alloggio in una mia casetta, qua, a San Lorenzo, affittata a certa gente... lasciamo andare! Gentuccia che subaffitta due camerette mobiliate. Non mi pagano la pigione da quattro mesi. Me n'approfitto; lo ficco lí a dormire. E va bene! Passano cinque giorni; non c'è verso d'ottenere il foglio di rimpatrio dalla questura. La meticolosità di questi impiegati: come gli uccelli, sa? cacano da per tutto, scusi! Per rilasciare quel foglio debbono far prima non so che pratiche là, al paese; poi qua alla questura. Basta: questa sera ero a teatro, al Nazionale. Viene, tutto spaventato, il figlio della mia inquilina a chiamarmi a mezzanotte e un quarto, perché quel disgraziato s'era chiuso in camera, dice, con un braciere acceso. Dalle sette di sera, capisce?
A questo punto il signore si china un poco a guardare nel fondo della vettura il dottore che, durante il racconto, non ha piú dato segno di vita. Temendo che si sia riaddormentato, ripete piú forte:
- Dalle sette di sera!
- Come trotta bene questo cavallino, - gli dice allora il dottore Mangoni, sdrajato voluttuosamente nella vettura.
Quel signore resta, come se al bujo abbia ricevuto un pugno sul naso.
- Ma scusi, dottore, ha sentito?
- Sissignore.
- Dalle sette di sera. Dalle sette a mezzanotte, cinque ore.
- Precise.
- Respira però, sa! Appena appena. È tutto rattrappito, e...
- Che bellezza! Saranno... sí, aspetti, tre... no, che dico tre? cinque anni saranno almeno, che non vado in carrozza. Come ci si va bene!
- Ma scusi, io le sto parlando...
- Sissignore. Ma abbia pazienza, che vuole che m'importi la storia di questo disgraziato?
- Per dirle che sono cinque ore...
- E va bene! Adesso vedremo. Crede lei che gli stia rendendo un bel servizio?
- Come?
- Ma sí, scusi! Un ferimento in rissa, una tegola sul capo, una disgrazia qualsiasi... prestare ajuto, chiamare il medico, lo capisco. Ma un pover'uomo, scusi, che zitto zitto si accuccia per morire?
- Come! - ripete, vieppiù trasecolato, quel signore.
E il dottor Mangoni, placidissimo:
- Abbia pazienza. Il piú l'aveva fatto, quel poverino. Invece del pane, s'era comperato il carbone. Mi figuro che avrà sprangato l'uscio, no? otturato tutti i buchi; si sarà magari alloppiato prima; erano passate cinque ore; e lei va a disturbarlo sul piú bello!
- Lei scherza! - grida il signore.
- No no; dico sul serio.
- Oh perdio! - scatta quello. - Ma sono stato disturbato io, mi sembra! Sono venuti a chiamarmi...
- Capisco, già, a teatro.
- Dovevo lasciarlo morire? E allora, altri impicci, è vero? come se fossero pochi quelli che m'ha dati. Queste cose non si fanno in casa d'altri, scusi!
- Ah, sí, sí; per questa parte, sí, ha ragione, - riconosce con un sospiro il dottor Mangoni. - Se ne poteva andare a morire fuori dai piedi, lei dice. Ha ragione. Ma il letto tenta, sa! Tenta, tenta. Morire per terra come un cane... Lo lasci dire a uno che non ne ha!
- Che cosa?
- Letto.
- Lei?
Il dottor Mangoni tarda a rispondere. Poi, lentamente, col tono di chi ripete una cosa già tant'altre volte detta:
- Dormo dove posso. Mangio quando posso. Vesto come posso.
E subito aggiunge:
- Ma non creda oh, che ne sia afflitto. Tutt'altro. Sono un grand'uomo, io, sa? Ma dimissionario.
Il signore s'incuriosisce di quel bel tipo di medico in cui gli è avvenuto cosí per caso d'imbattersi; e ride, domandando:
- Dimissionario? Come sarebbe a dire dimissionario?
- Che capii a tempo, caro signore, che non metteva conto di nulla. E che anzi, quanto piú ci s'affanna a divenir grandi, e piú si diventa piccoli. Per forza. Ha moglie lei, scusi?
- Io? Sissignore.
- Mi pare che abbia sospirato dicendo sissignore.
- Ma no, non ho sospirato affatto.
¾ E allora, basta. Se non ha sospirato, non ne parliamo piú.
E il dottor Mangoni torna a rannicchiarsi nel fondo della vettura, dando a vedere cosí che non gli pare piú il caso di seguitare la conversazione. Il signore ci resta male.
- Ma come c'entra mia moglie, scusi?
Il vetturino a questo punto, si volta da cassetta e domanda:
- Insomma, dov'è? A momenti siamo a Campoverano!
- Uh, già! - esclama il signore. - Volta! volta! La casa è passata da un pezzo.
- Peccato tornare indietro, - dice il dottor Mangoni, ¾ quando s'è quasi arrivati alla mèta.
Il vetturino volta, bestemmiando.

Una scaletta buja, che pare un antro dirupato: tetra umida fetida.
- Ahi! Maledizione. Diòòòdiodio!
- Che cos'è? s'è fatto male?
- Il piede. Ahiahi. Ma non ci avrebbe un fiammifero, scusi?
- Mannaggia! Cerco la scatola. Non la trovo!
Alla fine, un barlume che viene da una porta aperta sul pianerottolo della terza branca.
La sventura, quando entra in una casa, ha questo di particolare: che lascia la porta aperta, cosí che ogni estraneo possa introdursi a curiosare.
Il dottor Mangoni segue zoppicando il signore che attraversa una squallida saletta con un lumino bianco a petrolio per terra presso l'entrata; poi, senza chieder permesso a nessuno, un corridojo bujo, con tre usci: due chiusi, l'altro, in fondo, aperto e debolmente illuminato. Nello spasimo di quella storta al piede, trovandosi col sacco dell'ossigeno in mano, gli viene la tentazione di scaraventarlo alle spalle di quel signore; ma lo posa per terra, si ferma, si appoggia con una mano al muro, e con l'altra, tirato su il piede, se lo stringe forte alla noce, provandosi a muoverlo in qua e in là, col volto tutto strizzato.
Intanto, nella stanza in fondo al corridojo, è scoppiata, chi sa perché, una lite tra quel signore e gl'inquilini. Il dottor Mangoni lascia il piede e fa per muoversi, volendo sapere che cosa è accaduto, quando si vede venire addosso come una bufera quel signore che grida:
- Sí, sí, da stupidi! da stupidi! da stupidi!
Fa appena a tempo a scansàrlo; si volta, lo vede inciampare nel sacco d'ossigeno:
- Piano! piano, per carità!
Ma che piano! Quello allunga un calcio al sacco; se lo ritrova tra i piedi; è di nuovo per cadere e, bestemmiando, scappa via, mentre sulla soglia della stanza in fondo al corridojo appare un tozzo e goffo vecchio in pantofole e papalina, con una grossa sciarpa di lana verde al collo, da cui emerge un faccione tutto enfiato e paonazzo, illuminato dalla candela stearica, sorretta in una mano.
- Ma scusi... dico, o che era meglio allora, che lo lasciavamo morire qua, aspettando il medico?
Il dottor Mangoni crede che si rivolga a lui e gli risponde:
- Eccomi qua, sono io.
Ma quello alza e protende la mano con la stearica; lo osserva, e come imbalordito gli domanda:
- Lei? chi?
- Non diceva il medico?
- Ma che medico! ma che medico! - insorge, strillando, nella camera di là, una voce di donna.
E si precipita nel corridojo la moglie di quel degno vecchio in pantofole e papalina, tutta sussultante, con una nuvola di capelli grigi e ricci per aria, gli occhi affumicati ammaccati e piangenti, la bocca tagliata di traverso, oscenamente dipinta, che le freme convulsa. Sollevando il capo da un lato, per guardare, soggiunge imperiosa:
- Se ne può andare! se ne può andare! Non c'è piú bisogno di lei! L'abbiamo fatto trasportare al Policlinico, perché moriva!
E cozzando in un braccio il marito violentemente:
- Fallo andar via!
Ma il marito dà uno strillo e un balzo perché, cosí cozzato nel braccio, ha avuto sulle dita la sgocciolatura calda della candela.
- Eh, piano, santo Dio!
Il dottor Mangoni protesta, ma senza troppo sdegno, che non è un ladro, né un assassino da esser mandato via a quel modo; che se è venuto, è perché sono andati a chiamarlo in farmacia; che per ora ci ha guadagnato soltanto una storta al piede, per cui chiede che lo lascino sedere almeno per un momento.
- Ma si figuri, qua, venga, s'accomodi, s'accomodi, signor dottore, - s'affretta a dirgli il vecchio, conducendolo nella stanza in fondo al corridojo; mentre la moglie, sempre col capo sollevato da un lato per guardare come una gallina stizzita, lo spia impressionata da tutta quella feroce barba fin sotto gli occhi.
- Bada, oh, se per aver fatto il bene, - dice ora, ammansata, a mo' di scusa, - ci si deve anche prendere i rimproveri!
- Già, i rimproveri, - soggiunge il vecchio cacciando la candela accesa nel bocciuolo della bugia sul tavolino da notte accanto al lettino vuoto, disfatto, i cui guanciali serbano ancora l'impronta della testa del giovinetto suicida. Quietamente si toglie poi dalle dita le gocce rapprese, e seguita:
- Perché dice che nossignori, non si doveva portare all'ospedale, non si doveva.
- Tutto annerito era! - grida, scattando, la moglie. ¾ Ah, quel visino. Pareva succhiato. E che occhi! E quelle labbra, nere, che scoprivan qua, qua, i denti, appena appena. Senza piú fiato...
E si copre il volto con le mani.
- Si doveva lasciarlo morire senza ajuto? - ridomanda placido il vecchio. - Ma sa perché s'è arrabbiato? Perché sospetta, dice, che quel povero ragazzo sia un figlio bastardo di suo fratello.
¾ E ce l'aveva buttato qua, - riprende la moglie balzando in piedi di nuovo, non si sa se per rabbia o per commozione. - Qua, per far nascere in casa mia questa tragedia, che non finirà per ora, perché la mia figliuola, la maggiore, se n'è innamorata, capisce? Come una pazza, vedendolo morire - ah, che spettacolo! - se l'è caricato in collo, io non so com'ha fatto! se l'è portato via, con l'ajuto del fratello, giú per le scale, sperando di trovare una carrozza per istrada. Forse l'hanno trovata. E mi guardi, mi guardi là quell'altra figliuola, come piange.
Il dottor Mangoni, entrando, ha già intraveduto nell'attigua saletta da pranzo una figliolona bionda scarmigliata intenta a leggere, coi gomiti sulla tavola e la testa tra le mani. Legge e piange, sí; ma col corpetto sbottonato e le rosee esuberanti rotondità del seno quasi tutte scoperte sotto il lume giallo della lampada a sospensione.
Il vecchio padre, a cui il dottor Mangoni ora si volta come intronato, fa con le mani gesti di grande ammirazione. Sul seno della figliuola? No. Su ciò che la figliuola sta leggendo di là fra tante lagrime. Le poesie del giovinetto.
- Un poeta! - esclama. - Un poeta, che se lei sentisse... cose! Me ne intendo, perché professore di belle lettere a riposo. Cose grandi, cose grandi.
E si reca di là per prendere alcune di quelle poesie; ma la figliuola con rabbia se le difende, per paura che la sorella maggiore, ritornando col fratello dall'ospedale, non gliele lascerà piú leggere, perché vorrà tenersele per sé gelosamente, come un tesoro di cui lei sola dev'esser l'erede.
- Almeno qualcuna di queste che hai già lette, - insiste timidamente il padre.
Ma quella, curva con tutto il seno su le carte, pesta un piede e grida: - No! - Poi le raccoglie dalla tavola, se le ripreme con le mani sul seno scoperto e se le porta via in un'altra stanza di là.
Il dottor Mangoni si volta allora a guardar di nuovo quella tristezza di lettino vuoto, che rende vana la sua visita; poi guarda la finestra che, non ostante il gelo della notte, è rimasta aperta in quella lugubre stanza per farne svaporare il puzzo del carbone.
La luna rischiara il vano di quella finestra. Nella notte alta, la luna. Il dottor Mangoni se la immagina, come tante volte, errando per vie remote, l'ha veduta, quando gli uomini dormono e non la vedono piú, inabissata e come smarrita nella sommità dei cieli.
Lo squallore di quella stanza, di tutta quella casa, che è una delle tante case degli uomini, dove ballonchiano tentatrici, a perpetuare l'inconcludente miseria della vita, due mammelle di donna come quelle ch'egli ha or ora intravedute sotto il lume della lampada a sospensione nella stanza di là, gl'infonde un cosí frigido scoraggiamento e insieme una cosí acre irritazione, che non gli è piú possibile rimanere seduto.
Si alza, sbuffando, per andarsene. Infine, via, è uno dei tanti casi che gli sogliono capitare, stando di guardia nelle farmacie notturne. Forse un po' piú triste degli altri, a pensare che probabilmente, chi sa! era un poeta davvero quel povero ragazzo. Ma, in questo caso, meglio cosí: che sia morto.
- Senta, - dice al vecchio che s'è alzato anche lui per riprendere in mano la candela. - Quel signore che li ha rimproverati e che è venuto a scomodarmi in farmacia, dev'essere veramente un imbecille. Aspetti: mi lasci dire. Non già perché li ha rimproverati, ma perché gli ho domandato se aveva moglie, e mi ha risposto di sí; ma senza sospirare. Ha capito?
Il vecchio lo guarda a bocca aperta. Evidentemente non capisce. Capisce la moglie, che salta su a domandargli:
- Perché chi dice d'aver moglie, secondo lei, dovrebbe sospirare?
E il dottor Mangoni, pronto:
- Come m'immagino che sospira lei, cara signora, se qualcuno le domanda se ha marito.
E glielo addita. Poi riprende:
- Scusi, a quel giovinetto, se non si fosse ucciso, lei avrebbe dato in moglie la sua figliuola?
Quella lo guarda un pezzo, di traverso, e poi, come a sfida, gli risponde:
- E perché no?
- E se lo sarebbero preso qua con loro in questa casa? - torna a domandare il dottor Mangoni.
E quella, di nuovo:
- E perché no?
- E lei, - domanda ancora il dottor Mangoni, rivolto al vecchio marito, - lei che se n'intende, professore di belle lettere a riposo, gli avrebbe anche consigliato di stampare quelle sue poesie?
Per non esser da meno della moglie, il vecchio risponde anche lui:
- E perché no?
- E allora, - conclude il dottor Mangoni, - me ne dispiace, ma debbo dir loro, che sono per lo meno due volte piú imbecilli di quel signore.
E volta le spalle per andarsene.
- Si può sapere perché? - gli grida dietro la donna inviperita.
Il dottor Mangoni si ferma e le risponde pacatamente:
- Abbia pazienza. Mi ammetterà che quel povero ragazzo sognava forse la gloria, se faceva poesie. Ora pensi un po' che cosa gli sarebbe diventata la gloria, facendo stampare quelle sue poesie. Un povero, inutile volumetto di versi. E l'amore? L'amore che è la cosa piú viva e piú santa che ci sia dato provare sulla terra? Che cosa gli sarebbe diventato? L'amore: una donna. Anzi, peggio, una moglie: la sua figliuola.
- Oh! oh! - minaccia quella, venendogli quasi con le mani in faccia. - Badi come parla della mia figliuola!
- Non dico niente, - s'affretta a protestare il dottor Mangoni. - Me l'immagino anzi bellissima e adorna di tutte le virtú. Ma sempre una donna, cara signora mia: che dopo un po' santo Dio, lo sappiamo bene, con la miseria e i figliuoli, come si sarebbe ridotta. E il mondo, dica un po'? Il mondo, dove io adesso con questo piede che mi fa tanto male mi vado a perdere; il mondo veda lei, veda lei, signora cara, che cosa gli sarebbe diventato! Una casa. Questa casa. Ha capito?
E facendo scattar le mani in curiosi gesti di nausea e di sdegno, se ne va, zoppicando e borbottando:
- Che libri! Che donne! Che casa! Niente... niente... niente... Dimissionario! dimissionario! Niente