Era la sua settima volta al Nanga Parbat d’inverno e “ci ha lasciato lo zampino”. Come i gatti randagi, lui era così, ed Elisabeth se n’è innamorata, non di Tomek, ma del gatto randagio.
Anu, la moglie, è stata con Tomek fino alla fine e dopo. Lo piange ed è felice per Elisabeth. Anu è stata anche con noi, in un gruppo whatsapp che il manager di Elisabeth, Ludovic, ha attivato insieme a Daniele Nardi, che con Elisabeth aveva condiviso un Nanga in inverno e il sogno ancor più impossibile di salirne lo sperone Mummery. Anu, annunciata dal trillo di whatsapp, ha con gentilezza chiesto di ora in ora di ricordarsi di Tomek, che anche lui era lì, poco più su. Anu è stata la sua anima, il suo cuore e la sua voce per tutti noi, per 48 ore: decisa, implorante, perentoria ci ha ricordato il “gatto selvatico”, i suoi figli e l’imperativo morale di non girare lo sguardo verso la soluzione meno disperata.
Tomek lascia il suo nome inciso longitudinalmente sulla montagna dei suoi sogni e della sua ossessione, lungo la via che prima si chiamava nobilmente con il nome dei suoi ideatori Messner e Eisendle e che ora è la via Marckievicsz e Revol, i primi che l’hanno salita fino in vetta.
Ma lo ricordate alla sua sesta vita, nell’inverno di due anni fa? Lui ed Elisabeth erano rimasti, come quest’anno, insieme sulla montagna fermi come gatti per ore e giorni, in attesa che il vento mollasse per sgusciare ancora qualche centinaio di metri più avanti, portandosi fin là la tenda. Loro sì senza mezzi di comunicazione. Poi un giorno Elisabeth all’alba fuggì in Francia, erano finite le vacanze, disse, doveva tornare al lavoro. Lui rimase a vagare lungo la valle Diamir, dalle rive dell’Indo che scorre giù in basso fin su ai pascoli alti e innevati, dopo le foreste di bambu prima e poi di betulle giganti e infine di conifere. Chiese aiuto, cibo e una corda a cui legarsi per andare in vetta, ma fu scacciato come un gatto con la rogna che miagola e infastidisce fuori casa.
Elisabeth aveva perso un moschettone di cristallo il mattino che se n’era andata e lui lo ha raccolto e, passata qualche stagione, l’ha cercata per renderglielo; quando l’ha incontrata ha fatto le fusa arruffando il pelo rosso e selvatico e lei, la dura e imperturbabile regina delle montagne, ha ceduto alle lusinghe e se l’è riportato sul Nanga, questa volta fin sulla vetta, dimenticando per la gioia che questa era la sua settima vita, l’ultima.
Nessuno ha potuto e voluto salvare quel gatto ormai domato, accucciato nella neve del gran catino sotto l’argenteo trapezio sommitale della vetta del Nanga Parbat: non i polacchi nerboruti, determinati e super efficienti, non le chiacchiere eteree sui satelliti o le parole compite delle cancellerie. Nemmeno la mano lieve e miracolosa di Elisabeth questa volta lo ha salvato. Anu ha ringraziato tutti, per aver salvato Elisabeth e con un filo di voce ha ripetuto: “Non dimenticate di Tomek”.
Parto da Macerata arrivo in machina fino a Terni prendo alla
stazione Alessio e proseguiamo per Fiumicino, l’aeroporto iniziale del nostro
viaggio.
Partiti da Fiumicino alle
16:00 dopo 6 ore di volo->atterraggio la mattina del 09-09-2017
all’aeroporto Internazionale di Adis Abeba Etiopia. Aeroporto “piccolo” senza
pretese con un forte odore di spezie.
09-09-2017 Adis Abeba
AEROPORTO
Nell’attesa per l’imbarco per la Tanzania, provo a dormire secondo la ben nota ti teoria di
Bukowski quando uno è stanco dorme dappertutto, ed è così, ma Bukowski non ha
avuto a che fare che dei tremendi Nippo-Coreani che mi svegliano.
Arrivati all’aeroporto io e Alessio veniamo fermati, un tipo
ci ritira i passaporti; fanno passare tutti e nell’attesa di spiegazioni
comprendiamo che era un controllo sanitario, fermano tutti quelli che non hanno
fatto il vaccino per la febbre gialla. Alla fine veniamo interrogati e
riusciamo a chiarire che noi in Etiopia siamo solo passati per l’aeroporto e
non possiamo essere portatori di febbre gialla. Abbiamo i nostri passaporti e
ci rechiamo a fare il visto. L’efficienza Tanzana è proverbiale dopo due ore
siamo fuori dall’aeroporto. Ci uniamo nel viaggio per il Lodge con una famiglia
romana, li vedo un po’ spaesati, vanno a fare il Safari; mentre noi temiamo che
ci lascino in una strada di Arusha, loro vogliono fermarcisi, la povertà è
troppa per stare tranquilli. L’autista è della nostra stessa opinione ci scarica
direttamente dentro l’hotel sia noi che loro.
All’Hotel si presentano le nostre guide John e Livingstone;
il primo è rotondo e sorridente, il secondo più chiuso e magro; ceniamo con roastbeef, riso, e dolce alle banane
chiudiamo la serata “godetevi questa notte, che poi dopo è scomodo, freddo e
incerto il sonno”. Mai premonizione fu più vera.
10-09-2017 MACHAME
GATE 1700 m s.l.m
Partenza da Arusha, ci si sposta fino al gate in Defender;
le strade sono polverose e sfatte, l’asfalto raro. L’autista è vestito da
Domenica, causando l’ilarità delle altre guide, sa parlare italiano e ama il
comportamento degli italiani, tranquilli, poco esigenti ( secondo Alessio lo
dice a tutti, Matteo nega ed io penso che Alessio sia un cinico). Nel percorso
si discuta sulla vita e ci consiglia si non scegliere moglie la domenica,
perché la domenica “sono tutti belli”. La sua guida è senza paura, il Defender
sobbalza e scalcia lungo tutto il percorso, Matteo dorme e non vede, ma negli
occhi di Federico scorgo una luce di inquietudine, il Defender in un sorpasso
sembra destinato ad un frontale, fortunatamente non accade nulla e proseguiamo
verso il GATE. Per la strada troviamo un camion ribaltato non ci fermiamo
perché non ci fidiamo sangue e morte dappertutto. Al Machame Gate pranziamo, un
tramezzino vegetariano, un coscio di pollo e un mela e scegliamo il capo
spedizione; la scelta ricade ovviamente su di me, il kit di forchette portatili ha dominato.
Inizia la salita dal gate al Machame CAMP da 1800 m a 2900 m s.l.m la natura è lussureggiante nella
zona pluviale passo dopo passo arriviamo alla foresta bassa; la giornata passa
senza troppo affaticarsi con 11 km di salita. Le soste sono brevi ed
intensi nessuno accusa stanchezza e la
vista dal campo base della montagna rafforza l’animo della squadra. Il campo a 2900 m è un groviglio di tende e scopriamo di avere a nostra
disposizione 17 persone; abbiamo due guide, un assistente alle guide un cuoco
un cameriere e un addetto alla toilette. L’unico non entusiasta del suo
mestiere è il “garson piì” che poi scopriamo chiamarsi Bob, è un rasta dalla
faccia stressata. Al campo per merenda
troviamo Tè caldo, pop corn e biscotti
tutto posizionato in un tavolino da campeggio ricoperto da una tovaglia blu a
scacchi. Alle 19:00 facciamo cena, un’altra zuppa di Karibu che poi come parola
scopriamo significare Benvenuti, segue pesce fritto del lago Vittoria, data la
distanza siamo perplessi ma mangiamo. Concludiamo con frutta avocado e patate
arrosto tanzane. Entra nella stanza il capo guida John, ci chiede come stiamo
dandoci una tabella da compilare l’unico termine che non comprendiamo è hunting,
a nessuno sembra di essere stato a caccia nella giornata odierna, perciò
chiediamo chiarimenti; con hunting si
intende essere andati in bagno. (nota personale: vedo Alessio perplesso sul
hunting, le vedo pallido e temo per la sua salute). Ore 20:00 in bagno ed a
letto, nel trasferimento dalla tenda mensa alla tenda notte rischiamo il
congelamento , riprendiamo vita solo dentro il sacco a pelo. Le latrine dei
campi sono veramente pessime, grazie a Bob noi abbiamo la nostra. Delle fatiche della giornata ripaga uno splendido
cielo stellato uno dei più limpidi mai visti.
Le tende sono
rosse della Ferrino alla memoria torna a tutti la spedizione sfortunata di
Nobile.
Nomi del
personale Tanzano:
·John
prima guida solare e rotondo
·Livingstone
seconda guida silenzioso, magro sembra lui il vero alpinista
·Ramna
aiuto dalle guide
·Vincent
cameriere il nostro addetto di stanza
·Bob
toilette
11/09/2017 SHIRA CAMP 3800 m s.l.m
La cima del
Kilimanjaro si affaccia tra le nuvole e
ci chiama alla vetta. Sveglia sul presto alle 6:30 caffè, thé, ginseng ci
attendono alla tenda mensa, la colazione consistente in Wrustel, omelette e
frittata e abbondante e calorica.
Raggruppate
le nostre cose partiamo e camminiamo fino a raggiungere lo Shira Camp a 3800 m
s.l.m siamo molto veloci in 3h 50 min
siamo al campo. Il percorso ha una
vegetazione tipico di brughiera e si cammina su rocce di lava solidificata, è
un paesaggio marziano rocce e polvere; da questo momento la polvere sarà nostra
fedele compagna di ascesa. Si fa un veloce pranzo con pasta al ragù e verdure,
un agrume dagli effetti sconosciuti e dal sapore aspro chiude il pasto. La
squadra è forte e motivata 2 su 4 sono andati in Hunting.
Alessio propone uno strano gioco di carte citando
fantomatici video sull’Everest, siamo tutti preoccupati. La compagnia è fiacca
perciò decido di rincuorarla con canti alpini tristi; nel cantarli non
riusciamo bene a ricordare che fine fanno tutti i pezzi del capitano degli
alpini, conveniamo che è troppo sentimentale e che era molto più pratico
seppellirlo intero. La squadra, non so se motivata dai canti o spaventata da
essi, raddoppia la sua velocità ma non riescono a seminarmi.
Scrive Alessio:
Il diario della sera del 11 lo
scrivo io , Alessio, perché Giovanni forse a causa dei canti alpini è
fortemente debilitato. Il nostro Vincent ha appena sparecchiato la tavola in un'atmosfera cupa e disillusa. Ottimo pranzo, spaghetti al ragù e peperoni; come
avranno fatto a farli cuocere? A quale altitudine e a che temperatura bolle
l’acqua? Il caposquadra dà segni di squilibrio, il primo ad accorgersene è
Livingstone durante l’acclimatamento verso lo SHIRA CAMP II. Al rientro Giovanni
in delirio; forte mal di testa, flatulenza (speriamo per la notte in tenda),
nausea leggera, possibili cause: mal di montagna, febbre gialla, insolazione (o
più di una insieme). Il capo squadra avverte la guida John della sua imminente
morte, in modo che venga rimandato a casa con l’elicottero, ma John risponde
che secondo lui sta bene e che non vuole scalfire il suo 98% di successi al costo
di portarlo in cima già cadavere. Giovanni quindi attenderà il giudizio della
notte. Cena con zuppa di zucche, riso e
carne di manzo.
Scrive
Giovanni:
Era un false allarme
la misura della saturazione del sangue indica che non sono vicino alla morte
(>83%) e nonostante sentissi la sua fredda presenza, stanotte non avrò
problemi, mangio scondito per cercare di migliorare il clima in tenda, vedo
Alessio seriamente preoccupato. Ho perso l’occasione di tornare salvo ad Arusha
devo raggiungere la cima.
Lavarsi a
3800 m: l’igiene è fondamentale per mantenere il corpo in salute e in forze mi
appresto quindi a lavarmi con la bacinella
portatami da Vincent, 4 litri di acqua pulita e calda. Mi tolgo il primo strato
di magliette fino ad arrivare alla nudità sento il freddo intirizzirmi il
corpo, inizio a sciacquarmi e ad asciugarmi, il lavaggio è quasi fatto, il
cuore è spinto al massimo dei suoi giri, non so se più per lo shock del freddo
e l’agitazione di sbrigarsi a farlo. L’igiene diventa quindi veramente
difficile, ed in fondo l’accumulo di sporco può fare da coibente, espongo la
mia teoria alla squadra sono perplessi ma anche loro pensano che la pulizia
dipenda dalla quota e non sia necessaria superati i 4000 m s.l.m è un lusso per
chi vive nella bassa.
12-09-2017 BARANCO CAMPO 3900 s.l.m
ore 19:35
Partenza
mattina alle 6:30 dal campo Shira I, si attraversa un deserto di sassi e
polvere fino ad arrivare alla Lava Tower a 4600 m s.l.m il fisico è provato
dalla mancanza di ossigeno ad ogni passo
il cuore mi pulsa nella testa ma l’obbiettivo è raggiungibile. Pranziamo
a sacco sul lava tower, panino vegetariano e un cosciotto di pollo, Federico
sospetta corvo, giochiamo con i corvi Alessio sadicamente gli dà un pezzo del
suo pezzo di corvo-pollo. Iniziamo la discesa passando sotto il ghiacciaio e
attraversiamo un giardino di piante grasse dalle dimensioni considerevoli,
hanno un aspetto tetro un danese si china a terra per fotografarli, sparisce
dalla mia vista. Il sole ci abbandona quasi subito una nebbia ci avvolge
“wimbo”. Arriviamo al Baranco CAMP e inizia il dramma, mal di testa, nausea,
mal di stomaco, brividi di freddo. Mi chiudo dentro la tenda aspettando il mio
destino.
Discutiamo in
tenda sul senso della vita, il tema spinge Alessio a decidere di riorganizzare
la logistica e gli spazi, borse in mezzo, sacco a pelo ai lati. Voglio
obbedire, ma sto male, dico di aspettare la mia veloce e certa morte, mi guarda
con sguardo torvo. Trovo le forze per obbedire, effettivamente la tenda è
organizzata meglio e il nuovo layout rende possibile che non ci si passi sopra
per uscire dalla tenda. Il senso della vita quindi e ordinare tutto
fregandosene della sicura e certa fine.
Ci
incontriamo nella tenda mensa Il morale della squadra:
·Matteo:
sta per morire ma con un OKI resiste
·Federico:
non ha sentito nulla, secondo me nasconde antenati grandi alpinisti
·Alessio:
per empatia con il mio stato finge un leggere mal di testa, effettivamente
rincuora (da bravo compagno di tenda) ma non è credibile
Ceniamo con
zuppa di prezzemolo, pasta e una teglia in rosso di peperoni, carne carote che
piace a tutti, frutta fresca; stiamo bene per oggi abbiamo finito, il prossimo
passo è solo andare a dormire. La notte al Baranco CAMP è contornata di stelle
che delineano il profilo della montagna, questa notte le spettacolo sono loro.
Giorni
Distanza
percorsa [km]
Dislivelli
Da
m.slm
A
m.slm
Diff-
m.slm
1
11
Gate
Machame
1743
Machame
CAMP
3026
1283
2
6
Machame
CAMP
3026
Shira
CAMP
3766
740
3
7
Shira
CAMP
3766
Lava
TOWER
4600
834
3
Lava
TOWER
4600
Barranco
CAMP
3990
610
4
6
Barranco
CAMP
3983
Karanga
CAMP
3995
12
5
6
Karanga
CAMP
3995
Barafu
CAMP
4673
678
6
5
Barafu
CAMP
4673
Huro
PEAK
5895
1222
12
Huro
PEAK
5895
Mweka
CAMP
3000
2895
7
11
Mweka
CAMP
3000
Mweka
GATE
1640
1360
TOTALI
67
Dislivelli
9634
13-09-2017 KARANGA CAMP 3995 m s.l.m
Sveglia al
BARANCO CAMP alle 6:30, colazione in tenda mensa con sbobba che ha il sapore di
riso ma nutriente. Il percorso si svolge
fra il BARANCO CAMP e il KARANGA CAMP sono 6 km di sabbia, sassi e Sali e
scendi anticipati dalla parete “The WALL” che rimane esposta e richiede per 70
m l’appoggio delle mani in parete. Superiamo tutti agilmente la parete, unico
ingorgo del viaggio, una striscia di portatori, escursionisti è arrampicata per
la roccia; arrivati in cima ci aspetta sotto di noi un tappeto di nuvole che
rende l’atmosfera fatata. Ripartiamo dopo le rituali foto e soste e arriviamo presto al KARANGA CAMP facciamo
pranzo e le guide ci suggeriscono di andare a riposare in tenda fino alle
15:30, dopo facciamo una veloce salita di acclimatamento e fino a cena tutto va
bene.
A cena facciamo
il briefing per la giornata di domani, il giorno del destino, si prova la
vetta; prima del briefing tensione dopo il briefing panico John prospetta
momenti di sfiancamento, vomito, svenimento, solo lo sguardo alla vetta di
rincuora. La notte al Karanga camp passa veloce ogni tenda è una lucina che
sembra abbia voglia di far parte del firmamento.
14-09-2017 BARAFU CAMP 4700 m s.l.m
La giornata
passa nello spostamento fra il KARANGA e il BARAFU CAMP, siamo stabilmente
sopra i 4500 m s.l.m senza accusare particolari malanni. A 4700 m quando c’è il
sole equatoriale si muore di caldo, quando se ne va freddo pungente ed estremo.
Arrivati alle 12:00 riposiamo in tenda fino alle 17:00, l’attesa in tenda ci
permette di comprendere come il nostro corpo reagirà all’altezza, solo lo stato
del nostro corpo occupa le nostre menti; si torna a un primitivo ascolto delle
nostre sensazioni vitali primarie, dormire, mangiare e respirare. Ci muoviamo
solo per fare in breve acclimatamento a 5000 m, da cui scorgiamo il campo
dall’alto è arrampicato su un fianco della montagna. Tornati in tenda al suo
esterno è un pieno vociare di portatori, guide e altri alpinisti, giostrano
come la polvere che ci circonda. Facciamo prima di cena fatta alle 17:00 un
veloce giro intorno all’accampamento c’è freddo e nebbia, e scorgiamo scendere
a valle una persona trasportata in barella, cattivo presagio. Il diario è proporzionale
alla quota le preoccupazioni aumentano e il dono della sintesi prevale sul
romanzo; alle 23:00 è prevista la partenza per la vetta.
Sera del 14, scrive Alessio. Scrivo
io il diario perché Giovanni è nervoso per la salita finale e ha problemi di stomaco.
Abbiamo mangiato zuppa di porro e pasta scotta con verdura. Nel briefing pre-ascesa
John ha terrorizzato tutti ottima guida ma pessimo motivatore. Anche Giovanni
dopo i primi giorni si sta rilevando un motivatore scadente perché non ha fatto
altro che lamentarsi.
Giovanni
risponde Alessio non ha mai sofferto di mal di montagna.
Alle 23:00 ci svegliano e proviamo
la salita in vetta.
15/09/2017 VETTA HURO PEAK 5985 e MWEKA
CAMP 3100 m s.l.m
Sveglia la
note del 14 alle 23:00 breve summit sull’ascesa, non ho mai dormito, si mangia
biscotti secchi e si beve té. Living Stone per motivarmi sostiene che i miei
vestiti sono “sì tecnici ma non adatti al clima rigido della vetta del
Kilimangiaro”. Si inizia il cammino alle 23:30 escono dei puntini di luce da ogni
gruppo di tenda tutti in fila tentiamo l’ascesa, il fianco della montagna è una
scia di luce che segue un sogno. Si cammina in maniera robotica dietro la guida
sperando che il suo pole, pole (piano, piano) ci dia la forza per la vetta;
sento dapprima caldo per lo sforzo ma l’altezza che ad ogni passo aumenta fa
sentire il suo freddo, anche sopra al riscaldamento che provoca il nostro
movimento. Mi sento esausto a metà percorso, sento le forze mancarmi e ad ogni
passo barcollo, il mal di montagna si sta prendendo il mio corpo, ma la mia
anima non cede. Ad una sosta provo a mangiare una barretta e vomito, non mi
arrendo cammino, fino a sentirmi di nuovo esausto, fermo la spedizione e chiedo
a che punto siamo, il fisico è stremato, John mi comunica che siamo a buon
punto e che questo è il punto di non ritorno, il mio cuore è in vetta decido di
rischiare e continuare a camminare; d’improvviso le forze ritornano riesco a
tenere il passo. La squadra si divide in due fazioni, Federico e Alessio non
sentono nulla e camminano come alpinisti esperti, io e Matteo tiriamo fuori
l’anima per di arrivare; anche Mattero barcolla e oscilla ad ogni passo. Spero
a breve nell’alba che mi permetta almeno di alleviare il dolore provocato dal
freddo. Il miracolo arriva spunta il sole e contemporaneamente siamo a STELLA
POINT, è la svolta; le endorfine riempiono il mio corpo e annebbiano la mia
mente insisto per la foto, per il terrore di non essere portato fino a HURO
PEAK, ma John dà il suo assenso per proseguire. Non sento più nulla se non
l’entusiasmo, la mia droga essere arrivato in vetta, ed ad Huro Peak il mio
cuore esplode di gioia. Rimaniamo giusto il tempo di fare un breve video e foto
con il cartello e subito sollecitati dalle guide torniamo al BARAFU CAMP. La
discesa è dura sono stanco e le guide corrono su una pietraia di sassi e
sabbia, solo la volontà e la promessa del riposo di un’ora mi aiutano ad
arrivare a valle ed in momenti di difficoltà Livingstone mi sorregge. Si riposa
1 ora, si mangia e riparte subito per il MWEKA
camp a 3000 m sl.m. La discesa è triste e piena di nostalgia,
percorriamo un percorso che sa di fine dell’avventura. Matteo sostiene che
nella vita si ricordano solo due cose l’amore e il dolore, rifletto fra me e me
che spesso corrispondono, il dolore per un amore finito male. Finalmente
arrivati al MWEKA CAMP ceniamo e per la prima volta dormo tutta la notte un sonno
senza sogni, sono realizzato, sono riposato non ho più bisogno di sognare; il
mio sogno, la vetta è stato raggiunto.
16/09/2017 MWEKA CAMP 3000 m s.l.m
Sveglia alle
6:00 colazione con frittata, pane
fritto, caffè africano fa caldo e tutti i nostri volti provati dalla fatica
sono distesi, la nostra truppa ci lascia cantandoci la canzone del
Kilimangiaro, il testo mi rimane misterioso ma sono stati loro che ci hanno permesso la salita. Alessio prende le
funzioni del capo squadra e fa il discorso di comiato, sintetico efficace e da
applauso. Iniziamo la discesa e argomenti leggeri prendono il nostro cuore, ci
chiediamo perché Stella point si chiami così, sembra che sia il nome di
un’americana morta nella discesa; non approfondiamo. Attraversiamo per l’ultima
volta la foresta pluviale, vedendo la scimmia bianca. Mattero lamenta un male
al petto per troppo ossigeno, la squadra di cuore ride, ci siamo riusciti. La
notte siamo ad ARUSHA al PLANET LODGE il paradiso
https://www.youtube.com/watch?v=d4_fw55-mBo
17/09/2017
ARUSHA 1000 m s.l.m
Da Arusha partiamo per
tornare a casa. Ognuno di noi ha il cuore pieno dell’esperienza della vetta,
siamo riusciti a fare il nostro primo circa 6000 m.Commenti al viaggio: Matteo "abbiamo dominato come le
bestie" Federico "epica, selvaggia,autentica" Alessio "bussato, bussato,fortemente
bussato" Giovanni "scomodo, ma bella bella esperienza"
Il problema dell'Italia è che su 8 persone su 10 non sanno chi è Cadorna. Allora cercherò, diffondere un minimo di cultura su Facebook; sapendo che è come tentare di svuotare l'oceano con un cucchiaio, nobile impegno ma impossibile. Cadorna è il generale di stato maggiore che per 11 volte, mi ripeto 11 volte, attaccò con la stessa strategia gli austriaci nella prima guerra mondiale, chiedendo all'Italia sacrifici immani in termini di risorse, uomini e mezzi. Ed il paese per ben 11 volte mandò al massacro giovani, cannoni, animali e bestie per obbedire alla strategia del suo primo generale. Ora è logico che vi chiediate chi fermò Cadorna? Non fu il paese, logoro e sfiancato da questi enormi e immani sacrifici. Fu un giovane ufficiale tedesco, Rommel che conoscendo il territorio con 500 militari e mitragliatici leggere sfondo sul monte Matajur; in un giorno fece prigionieri 9500 militari italiani con pochi morti. Ora quindi bisognerebbe ricordare quando si presenta un Cadorna, che nonostante noi ci si creda, prima o poi arriva un Rommel che conosce la realtà e ti riduce ad una Caporetto. Conosci il fronte prima di organizzare l'attacco,comprendi il contesto in cui ti muovi prima di cercare di organizzarlo, cambia strategia quando per 5 volte hai preso un sacco di bastonate dopo il tuo immenso impegno. Ricorda che 500 soldati motivati, sfamati e ben attrezzati lavorano meglio di una armata di affamati
Da vedere: St.Sophia Basilica (the underground museum and the Tomb of Honorius)-Alexander Nevsky Cathedra-Russian Church St.NIkolay-Rotonda of St.George-Ancient Serdica Complex-The Boyana Church (patrimonio Unesco)-Mosque-Market Street-Vitosha Street-Soviet soldier's monument-
I Kardashian e i Baldwin sono specie infestanti. Come
il kudzu o le cozze zebra. Che combattono quanto vogliono per il
controllo del merdosissimo mondo reale.
Lisa continuò il ragionamento, serena “ E’ come assistere
alla vendetta di Madre Natura per il riscaldamento globale causato dal
patriarcato bianco”.Sospirò:” non prenderlo come fatto personale , papi. Sei
solo nato nel momento storico peggiore per essere un maschio bianco,
eterosessuale, cristiano”
E quando saranno grandi abbastanza alle mie bambine dirò che
tutti sembrano un po’ pazzi, se li guardi da abbastanza vicino, e se non riesci
a guardarli da così vicino allora non li ami davvero. Intanto la vita va avanti
e continua. E se continui ad aspettare,
qualcuno che sia perfetto, allora l’amore non lo troverai mai, perché è
l’intensità del sentimento che provi per loro ciò che rende le persone
perfette. E forse sono io quello ritardato perché continuo a svegliarmi
credendo che la mia felicità si sia esaurita, mentre dovrei semplicemente
godermela. ROMANCE
Perché quando la scuola ti valuta sulla Partecipazione, il
punto è: ti fai carico della tua parte di discriminati?
Tutto quello che avrebbe potuto rispondere gli sembrava
trito e ritrito. Parlare di…tirar fuori
altre parole sarebbe servito soltanto a peggiorare quella situazione già
penosa. Per troppo tempo il linguaggio l’aveva usato come animale da
riproduzione, e lui aveva deciso di tacere a meno che non ci fosse stato
qualcosa di importante da dire. Mise da parte il cruciverba del giornale che
risolveva tutte le mattine. Il libro che stava leggendo lo usava come piattino
per la tazza del caffè. Già sentiva le parole che si accumulavano dentro di
lui, la pressione che montava sempre più vicina all’esplosione. Aveva la
spiacevole sensazione che il linguaggio fosse arrivato sulla terra e avesse
inventato le persone al fine di perpetuarsi.
Felix M. aveva creduto che il fatto di avere un figlio,
maschio, oltretutto, l’avrebbe aiutato a trovare l’equilibrio e a smettere
quelle abitudini vagabonde, le interminabili e tortuose perambulazioni nei
meandri di certi luoghi di perdizione assolutamente sconosciuti e invisibili
alla coscienza comune. Ciò di cui non si può parlare, infatti, non esiste. E
questi luoghi non vengono menzionati sui giornali di alto livello, che li
ignorano deliberatamente, senza mai darne conto. Inesistenti. Forse proprio in
ciò sta la loro grande attrattiva: l’idea che entrandoci si possa scomparire.
Ogni età comporta un suo particolare terrore. Da bambino
Felix, giaceva insonne, temendo che la casa potesse prendere fuoco. Da
ragazzino era subentrata la paura dei bulli. In seguito quella della leva
obbligatoria. O di non riuscire a imparare un mestiere. O di non trovare
moglie. Dopo la scuola, la paura della carriera. Dopo la nascita del figlio
aveva cominciato a temere ogni cosa. Il suo sogno segreto era di affrontare e
sconfiggere un orrore tale da rimanere vaccinato per sempre.
Senza offesa per Gesù, i miti non erediteranno la terra. A
giudicare dai reality show, saranno gli sbruffoni a impadronirsi di tutto. I
Kardashian e i Baldwin sono specie infestanti. Come il kudzu o le cozze zebra.
Che combattono quanto vogliono per il controllo del merdosissimo mondo reale.
La vita é dura ma è sempre un premio rispetto al nulla eterno che ci circonda, va quindi apprezzata per quello che è, un attimo di consapevolezza in un ciclo di atomi che semplicemente si sfalda e si ricompone in altro. Per un attimo ci è stato dato il lusso di sognare qualcosa di più; Dio è il sogno della ragione perfetto, per questo ucciderlo è impossibile, la ragione si addormenta e sogna di vivere in eterno. Non si uccide i sogni prima o poi capita di addormentarsi.
La mancanza di senso al tutto e il tutto che peró scivola via; come essere trascinato dalla corrente ma non in un torrente che finisce in una cascata, ma in un mare infinito coperto dalla nebbia...