mercoledì 11 marzo 2015

La storiaccia dello zucchero..

Servirebbe un  Napoleone. In quella che potrebbe essere definita la nuova “guerra dello zucchero” avremmo bisogno di un novello Bonaparte oppure, più semplicemente, di un’Unione Europea più attenta a ciò che mangia l’uomo e meno ossessionata da numeri e vincoli di bilancio. Perché, aggrappandosi ai soli numeri, si rischia di apparire come gli ubriachi che si attaccano ai lampioni, mentre centinaia di milioni di persone, in questo momento più che mai, hanno bisogno di guide solide e sicure, capaci di individuare bisogni e di trovare strategie in grado di soddisfarli.

In effetti la storia moderna dello zuccheroin Europa nasce con l’imperatore francese che, durante il “blocco continentale” imposto sul vecchio continente per distruggere i commerci inglesi, trasforma in produzione industriale alternativa alla canna lo zucchero estratto dalla barbabietola. Insomma, quella che fino ad allora era stata una semplice intuizione di Olivier de Serres prima e del chimico berlinese Andrea Magraff poi, diventa una produzione su larga scala che nel corso di due secoli ha raggiunto livelli inimmaginabili, tanto da fare dello zucchero da barbabietola uno dei principi del mercato internazionale di riferimento. Poi, negli ultimi anni il disastro.

“Coltivazione della barbabietola e zuccherifici – spiega Ettore Ronconi, responsabile del settore per la Flai Cgil nazionale – hanno subìto a partire dal 2006 un’importante ristrutturazione che ha portato alla chiusura, ad oggi, di 83 stabilimenti in Europa. Le conseguenze di questa liberalizzazione selvaggia sul mercato del lavoro non si sono fatte attendere: sono andati persi 22 mila posti di lavoro e oltre 150 mila agricoltori hanno cessato la coltivazione della bietola”. Questi, appunti, sono i numeri dal volto umano che l’Ue non vede perché accecata dalla politica di deregolamentazione in voga ormai da trent’anni e che forse ora sta mostrando i suoi effetti meno graditi. Oggi, dall’Atlantico agli Urali, quel che resta della produzione saccarifera è concentrata in 18 Stati membri ed è distribuita su 106 stabilimenti che generano 180 mila posti di lavoro e supportano le attività di 160 mila coltivatori. Complice la riforma comunitaria avviata nel 2006, che ha smantellato buona parte della produzione per fare spazio a importazioni agevolate in base ad accordi internazionali, per soddisfare la propria domanda l'Europa è passata con queste riduzioni da secondo esportatore a primo importatore mondiale, soprattutto dai paesi in via di sviluppo. Una situazione di deficit ormai strutturale che l'anno scorso ha fatto registrare importazioni per 3,5 milioni di tonnellate, a fronte di un fabbisogno di 16,5 milioni, e che verosimilmente si riproporrà pure nella prossima campagna.

La ristrutturazione dell’industria europeadello zucchero ha avuto un grande impatto anche in Italia. Il nostro paese ha dovuto rinunciare – con la drastica riduzione delle quote – alla produzione di un milione di tonnellate di quota zucchero, passando da 1,5 milioni pre-riforma alle attuali 508 mila. Contestualmente gli zuccherifici sono passati da 19 a 4, con la chiusura di ben 15 stabilimenti e, di conseguenza, le superfici a barbabietola sono scese da 250 a circa 50-60 mila ettari. In sostanza, la quota di produzione dell’Italia nell’Ue è passata dall’8,6 al 3,8% e oggi il paese produce solo il 30% del suo fabbisogno di zucchero e ne importa il resto. Ma al peggio non c’è mai fine. “Con l’entrata in vigore del nuovo regolamento comunitario in materia – prosegue Ronconi – al settore potrebbe essere inferto l’ultimo colpo letale. La via imboccata, infatti, è quella di un’ulteriore riduzione della produzione di zucchero del 50% a livello europeo per favorire la crescita economica dei paesi in via di sviluppo impegnati nella coltura della canna. A partire dal 2016 con l’abolizione delle quote e dei sistemi compensativi previsti dalla politica agricola comune (Pac), il destino degli ultimi quattro zuccherifici italiani potrebbe così essere segnato”.

Sembrano ormai lontani anni luce i tempiin cui il surplus agricolo e l’autosufficienza alimentare dell’Unione erano considerati un bene comune da perseguire con determinazione. In conseguenza della riforma del 2006, infatti, è stato demolito proprio il sistema del prezzo di intervento, grazie al quale l’Ue garantiva un prezzo minimo per i prodotti agricoli stabilito delle istituzioni comunitarie. Il prezzo delle produzioni non poteva scendere al di sotto di questo limite fissato, con l’Unione che si impegnava ad acquistare le eventuali eccedenze. Oggi, invece, l’Ue è diventata importatrice netta di zucchero e l’andamento mondiale dei prezzi certifica sempre più l’insostenibilità della produzione nel vecchio continente. Il crollo del prezzo finale dello zucchero sfuso è emblematico: nel 2012 era intorno ai 700 euro per tonnellata; nel 2013 è passato a circa 625 nel con un ulteriore ribasso a 365 euro per tonnellata nel 2014. Con questo livello dei prezzi è evidente che le aziende produrrebbero in perdita. Per non parlare delle grandi sofferenze a cui sono esposti gli agricoltori, che ormai sono costretti ad accettare prezzi inferiori del 15-20% per quintale di barbabietola durante il periodo di raccolta (giugno-settembre), rispetto a quello pattuito al momento della semina (novembre). Meglio chiudere allora.

“Purtroppo su questo mercato – aggiungeil sindacalista – le lobbies la fanno da padrone. Quasi il 75% degli approvvigionamenti è nelle loro mani. È puerile collegare zucchero alle bustine per le tazzine da caffè. Basti pensare che tra i più grandi acquirenti al mondo di questa materia prima c’è la Coca Cola e, a seguire, le industrie farmaceutiche: è facilmente intuibile che gli interessi di questi grandi gruppi non siano la qualità del prodotto, la condizione di salute dei terreni, la retribuzione dei lavoratori e le condizioni di vita dei contadini”. Ed è proprio su questi temi che si palesa il secondo paradosso: l’Unione europea tra il 2006 e il 2008 ha versato un contributo di 43 milioni di euro nelle casse di ogni proprietario di zuccherificio che ha optato per la chiusura. Il governo italiano, dal canto suo, a molti dei lavoratori licenziati sta continuando ad erogare ammortizzatori sociali. Oltre al costo sociale descritto, ce ne è anche uno ambientale da non sottovalutare: la barbabietola  è una coltura utile per la rotazione dei terreni che genera un uso meno massiccio di fertilizzanti.

Insomma: nonostante il miliardo di fatturato annuo, i 53 mila ettari attualmente coltivati a bietola e i 13 mila lavoratori diretti e indiretti impiegati, sembra che la parola fine sia scritta nel destino di questo settore in Italia. E non sono pochi quelli che corrono ai ripari. Emblematico è il caso del Gruppo Sfir di Cesena, che dopo aver dismesso i suoi ultimi quattro stabilimenti di trasformazione delle barbabietole, ha deciso di diversificare l'attività, con un nuovo impianto di raffinazione di zucchero di canna entrato in funzione nel 2011 nella zona industriale di Brindisi. La raffineria, che ha comportato un investimento di oltre 115 milioni di euro, è situata a ridosso del porto della città pugliese, dove le navi arrivano da mezzo mondo con i loro carichi di zucchero grezzo di canna da trasformare in prodotto finito.

“E’ la conferma –conclude Ronconi – che la filiera dello zucchero in Italia e in Europa sta per essere spazzata via. L’agricoltura in senso stretto subisce così un duro colpo e l’effetto sostituzione di questa nuova realtà industriale sarà inferiore rispetto ai volumi occupazionali che ruotavano intorno alla barbabietola. Anche per queste ragioni ci stiamo battendo a livello nazionale e comunitario per ottenere almeno una proroga fino al 2020 del sistema attuale”. Per la Pac 2014-2020 la Commissione propone l’abolizione delle quote zucchero, proseguendo il processo di totale liberalizzazione del mercato, iniziato con la riforma del 2006. L’abolizione delle quote zucchero ha trovato la netta opposizione dei bieticoltori e degli industriali europei secondo i quali la liberalizzazione del mercato espone il settore bieticolo-saccarifero europeo alla destabilizzazione a causa del divario di competitività con i produttori di canna da zucchero a livello mondiale.

Per queste ragioni, la Cibe (Confederazione europea dei bieticoltori) e, in Italia, l’Anb (Associazione nazionale bieticoltori) e i sindacati di categoria nazionali ed europei hanno chiesto al Parlamento europeo e al Consiglio agricolo di mantenere l’attuale assetto con le quote zucchero almeno fino al 2020. La Commissione europea invece difende la proposta di azzeramento delle quote. Tuttavia, anche i paesi esportatori temono l’eliminazione delle quote zucchero. Infatti i 79 paesi Acp, legati all’Ue dall’accordo di Cotonour itengono che la loro soppressione nell’Ue avrà un impatto negativo sulla produzione di zucchero nei loro paesi. In altre parole, potrebbe portare ad un aumento della produzione comunitaria e quindi a una riduzione dell’importazione. Nonostante produttori, agricoltori e paesi esportatori siano quanto meno perplessi, la legge di mercato scelta dall’Unione prosegue inesorabile nella sua applicazione. Anche a costo di scatenare una guerra. Una guerra dello zucchero dal sapore amaro e dal futuro imprevedibile.
di Michelangelo Toma
26/09/2014L

martedì 10 marzo 2015

L'impegno della coerenza

"I princìpi restano e le idee invece cambiano con gli uomini cui vengono date in appalto. L'impegno della coerenza ho imparato a riservarlo soltanto ai valori fondamentali cui un uomo deve ispirare la propria condotta: il dovere dell'onestà, della sincerità, del coraggio, della responsabilità. Ma sul piano delle idee, sono state proprio l'onestà, la sincerità e il coraggio che mi hanno costretto a cambiarle ogni volta che mi sono trovato di fronte all'evidenza del loro o del mio inganno. "
(INDRO MONTANELLI)

mercoledì 25 febbraio 2015

la nostra ruota è il mondo

..Noi se deride tanto i criceti che corrono sulla ruota, ma poi anche noi non è che sia tanto diverso; sali sulla giostra e giri, giri, giri. Ogni volta sempre più veloce, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, sabato, domenica...eppoi di nuovo, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, sabato, domenica, ogni giro sempre più veloce..ma alla fine di tutto questo girare....il nulla....
PS: certo almeno la nostra ruota è il mondo....

domenica 8 febbraio 2015

Il futuro


domenica 1 febbraio 2015

Le vent nous portera..

Puoi vedere il vento giocare con la neve, solo durante una bufera; la bellezza è sempre al di là del facile e del comodo, è il premio per non essersi tirati indietro difronte alle difficoltà.

E intanto, proprio quella notte- oh, se l'avesse saputo, forse non avrebbe avuto voglia di dormire........Da "Il deserto dei Tartari" di Dino Buzzati, 1939

Giovanni udì arrivare il richiamo quattro volte e quattro volte ridiscendere il ciglione del forte fino al punto donde era partito. Alla quinta, giunse nella coscienza di Drogo solo una vaga risonanza che gli provocò un breve sussulto. Gli venne in mente che non era bello, per l'ufficiale di guardia, dormire; il regolamento lo permetteva a condizione che non ci si spogliasse, ma quasi tutti gli ufficiali giovani della Fortezza, per una forma di elegante alterigia, restavano svegli tutta la notte, leggendo, fumando sigari, facendosi anche abusivamente visita l'un l'altro e giocando a carte. Tronk, a cui prima Giovanni aveva chiesto informazioni, gli aveva fatto capire che era buona norma stare sveglio.
Disteso sul lettuccio, fuori dell'alone del lume a petrolio, mentre fantasticava sulla propria vita, Giovanni Drogo invece fu preso improvvisamente dal sonno. E intanto, proprio quella notte- oh, se l'avesse saputo, forse non avrebbe avuto voglia di dormire -proprio quella notte cominciava per lui l'irreparabile fuga del tempo.
Fino allora egli era avanzato per la spensierata età della prima giovinezza, una strada che da bambini sembra infinita, dove gli anni scorrono lenti e con passo lieve, così che nessuno nota la loro partenza. Si cammina placidamente, guardandosi con curiosità attorno, non c'è proprio bisogno di affrettarsi, nessuno preme di dietro e nessuno ci aspetta, anche i compagni procedono senza pensieri, fermandosi spesso a scherzare. Dalle case, sulle porte, la gente grande saluta benigna, e fa cenno indicando l'orizzonte con sorrisi di intesa; così il cuore comincia a battere per eroici e teneri desideri, si assapora la vigilia delle cose meravigliose che si attendono più avanti; ancora non si vedono, no, ma è certo, assolutamente certo che un giorno ci arriveremo.
Ancora molto? No, basta attraversare quel fiume laggiù in fondo, oltrepassare quelle verdi colline. O non si è per caso già arrivati? Non sono forse questi alberi, questi prati, questa bianca casa quello che cercavamo? Per qualche istante si ha l'impressione di sì e ci si vorrebbe fermare. Poi si sente dire che il meglio è più avanti e si riprende senza affanno la strada.
Così si continua il cammino in una attesa fiduciosa e le giornate sono lunghe e tranquille, il sole risplende alto nel cielo e sembra non abbia mai voglia di calare al tramonto.
Ma a un certo punto, quasi istintivamente, ci si volta indietro e si vede che un cancello è stato sprangato alle spalle nostre, chiudendo la via del ritorno. Allora si sente che qualche cosa è cambiato, il sole non sembra più immobile ma si sposta rapidamente, ahimè, non si fa tempo a fissarlo che già precipita verso il confine dell'orizzonte, ci si accorge che le nubi non ristagnano più nei golfi azzurri del cielo ma fuggono accavallandosi l'una sull' altra, tanto è il loro affanno; si capisce che il tempo passa e che la strada un giorno dovrà pur finire.
Chiudono a un certo punto alle nostre spalle un pesante cancello, lo rinserrano con velocità fulminea e non si fa tempo a tornare.
Ma Giovanni Drogo in quel momento dormiva ignaro e sorrideva nel sonno come fanno i bambini.
Passeranno dei giorni prima che Drogo capisca ciò che è successo. Sarà allora come un risveglio. Si guarderà attorno incredulo; poi sentirà un trepestio di passi sopraggiungenti alle spalle, vedrà la gente, risvegliatasi prima di lui, che corre affannosa e lo sorpassa per arrivare in anticipo. Sentirà il battito del tempo scandire avidamente la vita. Non più alle finestre si affacceranno ridenti figure, ma volti immobili e indifferenti. E se lui domanderà quanta strada rimane, loro faranno si ancora cenno all'orizzonte, ma senza alcuna bontà e letizia. Intanto i compagni si perderanno di vista, qualcuno rimane indietro sfinito, un altro è fuggito innanzi, oramai non è più che un minuscolo punto all'orizzonte. Dietro quel fiume -dirà la gente -ancora dieci chilometri e sarai arrivato. Invece non è mai finita, le giornate si fanno sempre più brevi, i compagni di viaggio più radi, alle finestre stanno apatiche figure pallide che scuotono il capo.
Fino a che Drogo rimarrà completamente solo e all'orizzonte ecco la striscia di uno smisurato mare immobile, colore di piombo. Oramai sarà stanco, le case lungo la via avranno quasi tutte le finestre chiuse e le rare persone visibili gli risponderanno con un gesto sconsolato: il buono era indietro, molto indietro e lui ci è passato davanti senza sapere. Oh, è troppo tardi ormai per ritornare, dietro a lui si amplia il rombo della moltitudine che lo segue, sospinta dalla stessa illusione, ma ancora invisibile sulla bianca strada deserta.
Giovanni Drogo adesso dorme nell'interno della terza ridotta. Egli sogna e sorride. Per le ultime volte vengono a lui nella notte le dolci immagini di un mondo completamente felice.
Guai se potesse vedere se stesso, come sarà un giorno, là dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme e intorno nè una casa né un uomo né un albero, neanche un filo d'erba, tutto così da immemorabile tempo.
Da "Il deserto dei Tartari" di Dino Buzzati, 1939

"Sono arrivato l'altro ieri dopo un ottimo viaggio. La Fortezza è grandiosa..." Il Deserto Dei Tartari di Dino Buzzati

Già era scesa la piena notte. Drogo era seduto nella nuda camera della ridotta e si era fatto portare carta, inchiostro e penna per scrivere.
"Cara mamma" cominciò a scrivere e immediatamente si sentì come quando era bambino. Solo, al lume di una lanterna, mentre nessuno lo vedeva, nel cuore della Fortezza a lui ignota, lontano dalla casa, da tutte le cose familiari e buone, gli pareva una consolazione poter almeno aprire completamente il suo cuore.
Certo, con gli altri, con i colleghi ufficiali, doveva farsi vedere uomo, doveva ridere con loro e raccontare storie spavalde di militari e di donne. A chi altri se non alla mamma poteva dire la verità? E la verità di Drogo quella sera non era una verità da bravo soldato, non era probabilmente degna dell'austera Fortezza, i compagni ne avrebbero riso. La verità era la stanchezza del viaggio, l'oppressione delle tetre mura, il sentirsi completamente solo.
"Sono arrivato sfinito dopo due giorni di strada" questo le avrebbe scritto "e, arrivato, ho saputo che se volevo potevo tornare in città. La Fortezza è malinconica, non ci sono paesi vicini, non c'è nessun divertimento e nessuna allegria." Questo le avrebbe scritto.
Ma Drogo si ricordò della mamma, a quell'ora ella pensava proprio a lui e si consolava all'idea che il figlio se la passasse piacevolmente con simpatici amici, magari, chissà, in gentile compagnia. Lei certo lo credeva soddisfatto e sereno.
"Cara mamma" la sua mano scrisse. "Sono arrivato l'altro ieri dopo un ottimo viaggio. La Fortezza è grandiosa..." Oh, farle capire lo squallore di quelle mura, quell'aria vaga di punizione ed esilio, quegli uomini stranieri ed assurdi. Invece: "Gli ufficiali qui mi hanno accolto affettuosamente" scriveva. "Anche l'aiutante maggiore in prima è stato molto gentile e mi ha lasciato completamente libero di tornare in città se volevo. Eppure io..."

Forse in quel momento la mamma girava nella sua stanza abbandonata, apriva un cassetto, metteva in ordine certi suoi vecchi vestiti, i libri, lo scrittoio; li aveva già riordinati tante volte, ma le pareva così di ritrovare un po' la viva presenza di lui, come se egli dovesse rincasare, al solito, prima di pranzo. Gli pareva di udirlo, il noto rumore dei suoi piccoli passi irrequieti che si sarebbero detti sempre in ansia per qualcuno. Come avrebbe avuto il cuore di amareggiarla? Se le fosse stato vicino, nella stessa stanza, raccolti sotto il familiare lume, allora sì Giovanni le avrebbe detto tutto e lei non avrebbe fatto in tempo a contristarsi, perché lui le era accanto e il brutto era ormai passato. Ma così da lontano, per lettera? Seduto accanto a lei, dinanzi al camino, nella rassicurante tranquillità dell'antica casa, allora sì le avrebbe parlato del maggiore Matti e delle sue insidiose blandizie, delle manie di Tronk! le avrebbe detto come stupidamente avesse accettato di rimanere quattro mesi, e probabilmente entrambi ci avrebbero riso sopra. Ma come fare, così da lontano?
"Eppure io" Drogo scriveva "ho creduto bene per me e per la carriera restare qualche tempo quassù... La compagnia poi è molto simpatica, il servizio facile e non faticoso." E la sua stanza, il rumore della cisterna, l'incontro col capitano Ortiz e la desolata terra del nord? Non aveva da spiegarle i ferrei regolamenti della guardia, la nuda ridotta in cui si trovava? No, neppure con la mamma poteva essere sincero, nemmeno a lei confessare gli oscuri timori che non gli lasciavano pace.
Nella sua casa, in città, gli orologi, uno dopo l' altro, con voci diverse, adesso suonavano le dieci, ai rintocchi tintinnavano lievemente i bicchieri nelle credenze, dalla cucina giungeva una eco di risata, dall' altra parte della via un canto di pianoforte. Attraverso una strettissima finestretta, quasi una feritoia, dal posto dove sedeva, Drogo poteva gettare uno sguardo verso la valle del nord, quella terra triste; ma adesso non si vedeva che buio. La penna scricchiolava un poco. Benché trionfasse la notte, il vento cominciava a soffiare fra le merlature portando ignoti messaggi, benché dentro alla ridotta si ammucchiassero dense le tenebre e l'aria fosse umida e ingrata, "in complesso io sono molto contento e sto bene" scriveva Giovanni Drogo.